Domenico Cantatore e Salvatore Quasimodo: due figli del Sud

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Una penna, un pennello e due giovani pieni di speranze nella Milano degli anni '30: il pittore ruvese Domenico Cantatore e il poeta siciliano Salvatore Quasimodo. Il ricordo della loro amicizia nel 112° anniversario della nascita del maestro ruvese.

Si erano incontrati a Milano, dove l'imbianchino Domenico Cantatore era approdato nel ’24 con una valigia di cartone per inseguire la sua passione, la pittura, lasciandosi alle spalle la città natale, Ruvo. La “cupola”, una stanza soffitta su una fabbrica di prodotti chimici, era stato il suo primo alloggio che aveva condiviso con Alfonso Gatto e Leonardo Sinisgalli, anche loro giovani promesse del Sud. Ben presto a quel sodalizio amicale e artistico si unì Salvatore Quasimodo, trasferito nel capoluogo lombardo dal Genio civile. Si attardavano la sera al Biffi o al Caffè Savini o al Craja, i loro punti di ritrovo scapigliato, dove respiravano arte, poesia, letteratura.
Insieme entrarono nel gruppo di Corrente, una società artistico-letteraria che prese posizione contro il fascismo nei vari campi della vita italiana. Erano quelli anni fervidi di idee e sperimentazioni per gli intellettuali e gli artisti italiani sullo sfondo di una Milano cupa e avventurosa. Carrà, Guttuso, Sassu, Carrieri, Gatto, Sinisgalli, Morandi, Fontana, Bo, Malipiero, Treccani, Cantatore, Quasimodo e tanti altri, ragazzi pieni di entusiasmi, di sogni, alla ricerca di una nuova cifra espressiva per l'arte e la letteratura italiana negli anni ’30, dopo le esperienze delle avanguardie, del novecentismo, delle riviste.
Ad unire il pittore e il poeta fu anche l’amore per la pittura: in pochi sanno che Quasimodo fu  un apprezzato critico d’arte e amò soprattutto gli artisti meridionali, di un sud mitico e reale nello stesso tempo, riconoscendo nella pennellata dell’amico ruvese “l’amore come gioia di vivere e come pietà, come dolore del crocifisso dell’uomo a contatto con le abitudini della sua gente meridionale”. Giudizio vibrante quello del poeta critico che colse il fil rouge particolare della pittura di Cantatore nell’umanità dei contadini taciturni e monumentali, nella sensualità delle odalische, nelle linee sobrie e nitide, nella tavolozza di colori caldi e forti, i colori del Sud, del sole, dei cieli azzurri, delle campagne, degli ulivi nodosi. Una pittura che non tradì mai i ricordi e le emozioni dell’infanzia nel suo paese natale filtrati attraverso la lezione parigina degli impressionisti, ma anche di Picasso e Modigliani, Carrà e Morandi.
Fu anche Quasimodo a incoraggiare il maestro ruvese a fissare sulla pagina le emozioni e le suggestioni che trasparivano dai suoi oli e dalle sue grafiche, la “tenerezza umana” che trasudava dalle sue opere. E nacquero i racconti, pubblicati tra il ’35 e il ’38 sulla rivista milanese L’ambrosiano, che permisero a Cantatore di mantenersi prima di entrare come docente nell’Accademia di Brera. Quasimodo scrisse per l’amico la prefazione della raccolta Il bacio e altre storie e Cantatore ne ricambiò la stima e l’affetto illustrando con acqueforti il volume di poesie Uomo del mio Tempo. Amava anche ritrarre il poeta che si prestava a quel rito ogni qualvolta passava dal suo studio-bottega per chiacchierare piacevolmente con lui.

Non solo un sodalizio artistico, ma un'amicizia così forte che il grande Premio Nobel per la Letteratura non volle mancare il 19 ottobre 1965 all’inaugurazione della mostra che Ruvo aveva organizzato per quel suo figlio, “l’imbianchino di stanze” che tanti anni prima aveva lasciato la Puglia ed era ormai famoso in tutto il mondo. Nel discorso di presentazione della personale di Cantatore, sul palcoscenico del cinema Giardino, Quasimodo rievocò i “giorni di nebbia” “in una città crudele”, Milano, di quei due "terroni, che nella bussola dell'esilio avevano letto nel Nord l'indice di una probabile fortuna". Il pubblico, corso ad applaudire, si commosse quando il poeta e il pittore si strinsero in un lungo abbraccio tra le lacrime.
Due anni dopo Quasimodo ricordò i giorni trascorsi nella cittadina pugliese, emozionandosi di fronte all’immagine ancora vivida del bagno di folla tra le strade del centro storico con gli anziani che in piazza Castello avevano salutato il maestro: si erano tolti il cappello in segno di gran rispetto, un vero e proprio tributo al loro compaesano. E Quasimodo – confessò lui stesso più tardi – aveva pianto di nascosto, orgoglioso di quell'amico che era stato un punto di riferimento per lui, entrambi figli del sud, di quel pezzo d'Italia che li aveva dati alla luce e li aveva forgiati, ma li aveva dovuti allontanare da sè per farli crescere. Una crocefissione monocroma è l'acquaforte che Cantatore volle donare ai versi di "Lamento per il sud", la lirica con cui il poeta apriva la silloge La vita non è sogno, quasi a racchiudere e urlare silenziosamente in quel Cristo scabro i sacrifici che tutti e due avevano fatto lontani dalla loro terra e che li avevano uniti così tanto.  

Lamento per il sud

La luna rossa, il vento, il tuo colore
di donna del Nord, la distesa di neve...
Il mio cuore è ormai su queste praterie,
in queste acque annuvolate dalle nebbie.
Ho dimenticato il mare, la grave
conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
nell'aria dei verdi altipiani
per le terre e i fiumi della Lombardia.
Ma l'uomo grida dovunque la sorte d'una patria.
Più nessuno mi porterà nel Sud.

Oh, il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene,
è stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l'eco dei suoi pozzi,
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d'acacia lungo le piste
nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
Più nessuno mi porterà nel Sud.

E questa sera carica d'inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d'amore senza amore.

(da La vita non è sogno di Salvatore Quasimodo)

 

L'autore
: prof.ssa Angela Di Franco
Docente di Lettere
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