Dante, la Chiesa e il gran prete (a cui mal prenda!)

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La Divina Commedia non è solo il racconto di un onirico viaggio oltremondano, è anche una straordinaria cronaca del mondo politico e sociale del tempo in cui fu scritta.

Dante non era solo uno splendido poeta e un appassionante narratore, era anche (e per un periodo della sua vita soprattutto) un uomo coinvolto profondamente negli affari della sua Firenze, oggi diremmo un esponente di spicco della politica degli anni a cavallo tra il XIII e il XIV secolo, fino all’esilio, quando mantenne il suo impegno, ma da esule. Agli occhi di chi si occupa di storia, questo è l’aspetto più affascinante: sapere dalla voce di un protagonista quali erano gli eventi, gli affari, i problemi che si vivevano in quegli anni. Certo, è necessario tener conto del fatto che Dante non è assolutamente una fonte neutra, come potrebbe esserlo un atto notarile, un atto matrimoniale o il testo di una deliberazione comunale, ma forse è proprio questo il lato più interessante, guardare il mondo da una prospettiva precisa, di parte.Per esempio potremmo chiederci: cosa pensava Dante della Chiesa del suo tempo?

Per iniziare prendo in prestito un concetto espresso da un poeta, Davide Rondoni, in una sua lezione tenuta presso il liceo Nuzzi di Andria qualche anno fa: l’arte non è improvvisazione ed estro, bensì impegno e revisione. Applicata alla Commedia di Dante, questa idea ci porta a capire una cosa fondamentale: tutto ciò che è scritto nell’opera non è frutto della decisione di un momento, magari di ira o risentimento; tutto quello che Dante ha scritto nei suoi versi è il risultato di riletture e riscritture, è il prodotto di un lungo lavoro durato anni, in pratica tutta la sua vita matura. Per questo motivo non dobbiamo dubitare del fatto che nella Commedia c’è esattamente quello che Dante voleva che ci fosse, tutto ciò che pensava davvero, tutto ciò che ha voluto che restasse impresso sulla carta, in modo da non poter essere smentito o travisato. Come ho già detto, nella Commedia c’è la storia personale, politica e religiosa di Dante, c’è il mondo tardomedievale in cui ha vissuto, ovviamente filtrato attraverso la lettura di un uomo che in quel mondo era profondamente coinvolto.

Dunque, se Dante ha posto nell’Inferno cinque frati, tre vescovi, un arcivescovo, un cardinale e sei papi, di cui due sicuramente in vita al momento del viaggio oltremondano, nella settimana santa del 1300, evidentemente un qualche problema con parte della Chiesa del suo tempo ci doveva essere. Proviamo a rileggere qualcosa e poi vediamo di capire qual era questo problema.

Inferno, canto III. Il canto si apre con la lettura dell’iscrizione che si trova sulla porta dell’Inferno e subito dopo Dante e Virgilio si trovano in un ambiente in cui “sospiri, pianti e alti guai risonavan per l’aere sanza stelle”. Dante chiede e, come al solito, Virgilio risponde.

Ed elli a me: "Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.
(Inf. III, 34-36)

Virgilio consiglia a Dante di lasciar perdere, ma il poeta è curioso e continua a guardare:

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
(Inf. III, 58-60)

Tra questi che vissero senza infamia e senza lode, gli ignavi, condannati a seguire una bandiera che non si mostra mai e mai può essere riconosciuta, girando in eterno su se stessa, troviamo il primo papa della lista, Celestino V, che rinunciò al papato per ritirarsi in preghiera dopo circa cinque mesi dall’elezione. Nel 1313 Clemente V (anche lui destinato all’inferno, ma di questo parleremo dopo) lo proclamò santo, ma Dante lo lascia all’Inferno: perché?

Pietro Angelerio, detto anche Pietro da Morrone, fu un uomo di una spiritualità impeccabile e severa, un eremita completamente estraneo alle liti della Curia romana, visse in solitudine e in preghiera, fino all’elezione, che avvenne quando, dopo la morte del suo predecessore, Niccolò IV, ci furono due anni in cui il conclave non era riuscito a trovare un successore che riuscisse a mettere d’accordo tutti i cardinali. Perché scelsero proprio Pietro da Morrone non è il caso di spiegarlo in questa sede, ma tant’è: la sua elezione fu vista come un segno di speranza da tutti coloro, Dante compreso, che speravano in un rinnovamento della Chiesa. Addirittura sembrò che si avverassero le profezie di Gioacchino da Fiore, che aveva predetto l’imminente avvento del regno dello Spirito, l’era di pace e concordia spirituale e religiosa che avrebbe preceduto la fine dei tempi. Gioacchino aveva calcolato che la sconfitta dell’anticristo, segno dell’inizio dell’era dello Spirito, sarebbe avvenuta nel 1260, molti avevano creduto che l’anticristo fosse Federico II, che, però, era morto nel 1250. Gioacchino, magari, aveva sbagliato i calcoli di qualche decennio, può succedere, ma l’elezione di Celestino aveva riacceso le speranze: finalmente un papa santo, fuori dagli intrighi politici, tutto rivolto alla fede. Addirittura Jacopone da Todi, che era un francescano spirituale, un cultore della povertà evangelica, aveva scritto una lauda ricordando al nuovo papa le sue responsabilità:

Que farai, Pier da Morrone?
Éi venuto al paragone.
Vederimo el lavorato
che en cell’ai contemplato.
S’el mondo de te è ‘ngannato,
sèquita maledezzone.
(Lauda LIV, 1-6)

Subito dopo l’elezione Celestino sembrò mantenere le promesse: fondò l’ordine dei pauperes eremitae Celestini, istituì il primo vero giubileo con la bolla della Perdonanza, ma il 13 dicembre del 1294 abdicò, lasciando aperta la strada per l’elezione di Bonifacio VIII.
Chi fu Bonifacio VIII? Fu eletto papa dal conclave a Napoli una decina di giorni dopo la rinuncia di Celestino, la vigilia di Natale dell’anno 1294, e si insediò a Roma il mese successivo. Secondo Dante, e lo dice chiaramente, la sua elezione fu viziata da simonia, il peccato di chi fa commercio di beni spirituali. Dante, è chiaro, non lo aveva in simpatia, infatti nell’Inferno è il personaggio più citato. Proviamo a vedere dove.

Nel canto XV, dopo aver a lungo parlato con Brunetto Latini, dannato per il peccato di sodomia, Dante ascolta Virgilio che descrive la massa dei dannati di quel girone e ne indica alcuni in particolare:

Priscian sen va con quella turba grama,
e Francesco d’Accorso anche; e vedervi
s’avessi avuto di tal tigna brama,

colui potei che dal servo de’ servi
fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
dove lasciò li mal protesi nervi.
(Inf. XV, 109-114)

Il servo dei servi è, ovviamente, il papa e quelli che leggevano questi versi a Firenze sapevano che Dante si riferiva a papa Bonifacio VIII che aveva trasferito da Firenze a Vicenza il vescovo Andrea de’ Mozzi, indegno del suo ruolo, perché sodomita. Trasferito e non scacciato, come avrebbe dovuto fare Bonifacio e come avrebbe voluto Dante. I documenti del tempo non sembrano accreditare la tesi che il vescovo in questione fosse realmente un peccatore in quel senso, ma Dante accoglie la diceria e la utilizza per sottolineare quanto Bonifacio fosse stato in errore anche in quel caso.

Nel canto XXVII Bonifacio VIII è il personaggio che porta alla dannazione Guido da Montefeltro; lo testimonia Guido stesso, condannato ad essere avvolto dalle fiamme per l’eternità, pena riservata ai politici fraudolenti nell’ottava delle malebolge:

Io fui uom d'arme, e poi fui cordigliero,
credendomi, sì cinto, fare ammenda;
e certo il creder mio venìa intero,

se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
che mi rimise ne le prime colpe;
e come e quare, voglio che m'intenda.
(Inf. XXVII, 67-72)

Guido confessa di essere stato un soldato e successivamente un frate francescano, convinto così di poter riparare alle sue colpe, ma il gran prete, Bonifacio VIII appunto, lo fece ricadere nelle colpe della sua prima vita. Guido ammette di aver avuto successo nel mondo non per la sua forza, ma per la sua astuzia e Bonifacio lo chiama proprio per servirsi di quella per sconfiggere i suoi avversari politici.

Lo principe d'i novi Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin né con Giudei,

ché ciascun suo nimico era Cristiano,
e nessun era stato a vincer Acri
né mercatante in terra di Soldano,

né sommo officio né ordini sacri
guardò in sé, né in me quel capestro
che solea fare i suoi cinti più macri.
(Inf XXVII, 85-93)

L’accusa a Bonifacio è forte: è il capo dei farisei, che nel Vangelo sono tra coloro che respinsero l’insegnamento di Cristo, lo denunciarono e fecero condannare a morte. Dante sta accusando un papa, con tutta la curia romana, di essere il traditore di Cristo, nella dottrina e nella pratica. Il racconto continua, mostrando come il Papa utilizzi per scopi personali e mondani la dignità che gli è stata affidata:

E' poi ridisse: "Tuo cuor non sospetti;
finor t'assolvo, e tu m'insegna fare
sì come Penestrino in terra getti.

Lo ciel poss'io serrare e diserrare,
come tu sai; però son due le chiavi
che 'l mio antecessor non ebbe care".

Allor mi pinser li argomenti gravi
là 've 'l tacer mi fu avviso 'l peggio,
e dissi: "Padre, da che tu mi lavi

di quel peccato ov' io mo cader deggio,
lunga promessa con l'attender corto
ti farà trïunfar ne l'alto seggio".
(Inf XXVII, 100-111)

Digressione storica: Bonifacio di cognome faceva Caetani, era membro di una delle famiglie più importanti e potenti di Roma. I nemici storici della sua famiglia erano i membri della famiglia Colonna. Pietro e Giacomo Colonna, entrambi cardinali, capeggiavano lo schieramento ostile alla sua elezione e sostenevano che fosse illegittima, perché la rinuncia di Celestino V non era da ritenersi valida, perché un papa non può abdicare. Anche Jacopone da Todi e i francescani della corrente degli spirituali la pensavano così e con i cardinali Colonna sottoscrissero il Manifesto di Lunghezza (1297), che dichiarava Bonifacio decaduto. Speravano di ottenere l’appoggio del re di Francia Filippo IV il Bello, ma restarono delusi, perché, in quella fase, il sovrano stava cercando un accordo con il papa, che gli aveva anche dedicato una bolla, la Clericis laicos (1296), per diffidarlo dal far pagare le tasse agli ecclesiastici in Francia.
Nel giro di pochi giorni, nel maggio del 1297, Bonifacio prima destituì e poi scomunicò i due cardinali Colonna, confiscando i beni della famiglia. A questo punto bisognava trovare una soluzione e i Colonna decisero di chiedere perdono al papa e nell’accordo finale era previsto che la città di Palestrina, storico feudo dei Colonna, passasse al papa.
La storia di Guido da Montefeltro si colloca appena prima dell’accordo: il papa ha scomunicato i Colonna e questi non vogliono sottomettersi alla sua autorità. Come fare per convincerli? Bonifacio pensa di chiedere aiuto a Guido, noto per la sua scaltrezza, ma questi non fa più quel mestiere, si è ritirato in convento, dunque bisogna convincere pure lui.
La minaccia è chiara: o mi insegni come abbattere Palestrina e la potenza della famiglia Colonna o ti scomunico, visto che io, in quanto Papa, posso decidere se per te si apriranno le porte del Paradiso o dell’Inferno. Un cristiano dovrebbe obbedire alla voce della coscienza anche a costo della vita, ma Guido è un sottile e logico calcolatore e decide di dare il consiglio, fiducioso nell’assoluzione promessa da Bonifacio: se vuoi avere successo, prometti molto e mantieni poco, prometti l’assoluzione e il perdono ai nemici e, in seguito, non mantenere la promessa. I Colonna si fidarono e Palestrina appena ottenuta dal papa fu rasa al suolo.
Guido sa di aver peccato, ma sa pure che papa Bonifacio lo ha assolto ex ante, quindi è tranquillo, ma nel momento della sua morte accade qualcosa che mostra quanto poco conti la parola di un Papa che ha tradito, come abbiamo visto, l’insegnamento evangelico.

Francesco venne poi, com' io fu' morto,
per me; ma un d'i neri cherubini
li disse: "Non portar: non mi far torto.

Venir se ne dee giù tra ' miei meschini
perché diede 'l consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li sono a' crini;

ch'assolver non si può chi non si pente,
né pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consente".
(Inf XXVII, 112-120)

San Francesco arriva per portare Guido in Paradiso, ma un diavolo lo ferma e gli dice che la sua anima è destinata all’inferno, perché dette un consiglio fraudolento; la motivazione della condanna è sottilmente accusatoria nei confronti del Papa e di Guido: al primo viene ricordato che non si può assolvere chi non si è pentito; al secondo viene mostrato come la stessa logica formale che lo ha portato a dare il consiglio a Bonifacio, lo sta conducendo alla dannazione: non si può contemporaneamente peccare e pentirsi, a causa di quel principio logico di non contraddizione che si conosce dai tempi di Aristotele.

Nel canto VI Bonifacio VIII è colpevole di aver invitato a Firenze, come paciere nella lotta tra guelfi Bianchi, con a capo la famiglia Cerchi, e guelfi Neri, con a capo la famiglia Donati, il fratello di Filippo IV re di Francia, Carlo di Valois. Ciacco profetizza a Dante (profetizza perchè l’episodio raccontato avviene nel 1301, successivamente al momento in cui Dante immagina il viaggio) la cacciata dei Neri da parte dei Bianchi (definita la parte selvaggia, perché i Cerchi provenivano dalla campagna ed erano di recente ricchezza; una curiosità: nel complotto per cacciare i Neri, il Consiglio di Santa Trinita, era coinvolto anche il marito dell’ormai defunta Beatrice). La vittoria dei Bianchi fu di breve durata, perché i Neri chiesero l’aiuto del Papa, che era sempre il nostro Bonifacio VIII e che fu ben contento di entrare nella questione, dato che il suo progetto di egemonia sulla Toscana e su altri Stati europei poteva trarne vantaggio. Chiese l’intervento della Francia di Filippo IV, che inviò suo fratello Carlo di Valois, il quale non operò per la pacificazione, ma per il rientro dei Neri a Firenze, posto che questi erano più favorevoli alla politica pontificia. Tutto questo coll’appoggio di Bonifacio che fino ad allora si era mostrato abilmente altalenante tra le due parti (testè piaggia). Contemporaneamente era previsto l’annientamento del potere dei Bianchi. Gli uomini di cultura, tra cui Dante, furono esiliati. Tutto questo avvenne nell’arco di tre anni, dice Ciacco:

E quelli a me: «Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l'altra con molta offensione.

Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l'altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia.»
(Inf VI, 70-75)

Di Bonifacio è piena la Commedia; nel canto XXVII del Paradiso c’è la famosa invettiva di San Pietro, che dice che il seggio del suo successore, occupato indegnamente da Bonifacio, agli occhi del cielo è vacante:

Quelli ch'usurpa in terra il luogo mio,
il luogo mio, il luogo mio che vaca
ne la presenza del Figliuol di Dio,

fatt'ha del cimitero mio cloaca
del sangue e de la puzza; onde 'l perverso
che cadde di qua sù, là giù si placa.
(Par XXVII, 19-24)

Lo si nomina anche nel Purgatorio nel canto XX, quando il pontefice così criticato nell’Inferno diventa il simbolo di Cristo, quando viene dileggiato e mortificato dai suoi nemici, che sono nemici della Chiesa. Dante, correttamente, è capace di riconoscere il valore del suo avversario quando si riferisce all’episodio di Sciarra Colonna che, forte dell’appoggio dei francesi, che nel frattempo erano passati ad osteggiare il papa, schiaffeggia Bonifacio ad Anagni. Filippo IV il Bello diventa il nuovo Pilato e Bonifacio, che sembra mantenne un comportamento degno del suo ruolo in quell’occasione, il Cristo umiliato. É Ugo Capeto, l’iniziatore della dinastia francese dei Capetingi, che parla:

Perché men paia il mal futuro e 'l fatto,
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto.

Veggiolo un'altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele,
e tra vivi ladroni esser anciso.

Veggio il novo Pilato sì crudele,
che ciò nol sazia, ma sanza decreto
portar nel Tempio le cupide vele.
(Purg XX, 85-93)

Ma il canto che più mostra la posizione di Dante nei confronti della Chiesa del suo tempo è il XIX dell’Inferno. Nella terza delle malebolge, tra i simoniaci, sono ospitati ben tre pontefici: Niccolò III, Bonifacio VIII e Clemente V. Il secondo, lo sappiamo, era in carica nel 1300, nel momento in cui Dante compie il viaggio, il terzo sarebbe diventato Papa nel 1305.
Già dall’incipit del canto si comprende che Dante è particolarmente alterato nei confronti dei dannati che hanno commesso la pena punita nella terza bolgia: i simoniaci.

O Simon mago, o miseri seguaci
che le cose di Dio, che di bontate
deon essere spose, e voi rapaci

per oro e per argento avolterate,
or convien che per voi suoni la tromba,
però che ne la terza bolgia state.
(Inf. XIX, 1-6)

I peccatori sono conficcati in terra a testa in giù e una fiamma arde in eterno le piante dei loro piedi. Ad uno di loro Dante rivolge la solita richiesta di parlargli, ma il dannato gli risponde in modo quantomeno sorprendente:

Ed el gridò: «Se' tu già costì ritto,
se' tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto.

Se' tu sì tosto di quell’aver sazio
per lo qual non temesti tòrre a 'nganno
la bella donna, e poi di farne strazio?».
(Inf. XIX, 52-57)

Chi parla è Niccolò III, Giovanni Gaetano Orsini, papa dal 1277 al 1280, tre anni in cui riuscì a distinguersi per una politica antimperiale, ma soprattutto per una sfacciata propensione al nepotismo, visto che fece cardinali tre suoi nipoti. La cosa interessante è che Dante fa parlare Niccolò III, ma in realtà il protagonista è sempre lui, Bonifacio VIII, che viene introdotto nel racconto attraverso l’equivoco dello scambio di persona, visto che i simoniaci non possono guardare in faccia l’interlocutore, essendo infissi nel terreno a testa in giù. Bonifacio, dovremmo averlo capito, è il personaggio in cui Dante vede la sintesi di tutti i mali che contaminano la Chiesa. Niccolò, infatti, dice che sotto la sua testa ci sono tutti gli altri papi che lo hanno preceduto e si sono macchiati dello stesso peccato e che presto anche lui sarà spinto più in basso proprio da Bonifacio, che arriverà presto in quella bolgia. Dante sta promettendo l’Inferno al Papa che è in carica mentre si svolge l’episodio, non dimentichiamolo. 

Di sotto al capo mio son li altri tratti
che precedetter me simoneggiando,
per le fessure de la pietra piatti.

Là giù cascherò io altresì quando
verrà colui ch'i' credea che tu fossi,
allor ch'i' feci 'l sùbito dimando.

Ma più è 'l tempo già che i piè mi cossi
e ch'i' son stato così sottosopra,
ch'el non starà piantato coi piè rossi:

ché dopo lui verrà di più laida opra,
di ver' ponente, un pastor sanza legge,
tal che convien che lui e me ricuopra.

Nuovo Iasón sarà, di cui si legge
ne' Maccabei; e come a quel fu molle
suo re, così fia lui chi Francia regge».
(Inf. XIX, 73-87)

Colpo di scena: Bonifacio non starà in quella posizione a lungo, perché, profetizza Niccolò III, subito dopo di lui verrà un Papa dalla Francia, di condotta ancora più vergognosa, senza legge morale e religiosa, che ricoprirà entrambi. È Clemente V, al secolo Bertrand de Got, non ancora Papa al tempo del racconto, che ottenne il papato con l’aiuto del re di Francia Filippo IV. Così come Giasone, nel libro dei Maccabei, ottenne la carica di sacerdote degli ebrei con l’aiuto del re Antioco al quale versò una forte somma, Filippo IV ottenne, in cambio dell’elezione di Clemente, lo sfruttamento di rendite ecclesiastiche per alcuni anni, quindi la simonia si configura alla perfezione. Oltre a questo, Filippo di Francia ottenne che fossero abrogate le due bolle emanate da Bonifacio VIII, Clericis Laicos (1296), che abbiamo già incontrato, e Unam Sanctam (1302), che impedivano al re di far pagare le tasse agli ecclesiastici e subordinavano il potere temporale a quello spirituale.
A questo punto Dante non ce la fa più: sta ascoltando da troppo il racconto di una Chiesa completamente rivolta al potere temporale e alla diplomazia terrena, che fa commercio di beni spirituali, che promuove i famigliari senza porre attenzione alla vocazione o alla capacità, che, insomma, non segue più il messaggio di Cristo. A rischio di apparire maleducato, visto che sta pur sempre parlando ad un Papa, lascia che tutta la sua indignazione straripi e gliene dice di tutti i colori. Conviene leggerlo per intero.

Io non so s'i' mi fui qui troppo folle,
ch'i' pur rispuosi lui a questo metro:
«Deh, or mi dì: quanto tesoro volle

Nostro Segnore in prima da san Pietro
ch'ei ponesse le chiavi in sua balìa?
Certo non chiese se non "Viemmi retro".

Né Pier né li altri tolsero a Matia
oro od argento, quando fu sortito
al loco che perdé l'anima ria.

Però ti sta, ché tu se' ben punito;
e guarda ben la mal tolta moneta
ch'esser ti fece contra Carlo ardito.

E se non fosse ch'ancor lo mi vieta
la reverenza de le somme chiavi
che tu tenesti ne la vita lieta,

io userei parole ancor più gravi;
ché la vostra avarizia il mondo attrista,
calcando i buoni e sollevando i pravi.

Di voi pastor s'accorse il Vangelista,
quando colei che siede sopra l'acque
puttaneggiar coi regi a lui fu vista;

quella che con le sette teste nacque,
e da le diece corna ebbe argomento,
fin che virtute al suo marito piacque.

Fatto v'avete dio d'oro e d'argento;
e che altro è da voi a l'idolatre,
se non ch'elli uno, e voi ne orate cento?

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!».
(Inf. XIX, 88-117)

Il discorso è quasi urlato: dimmi, che cosa chiese Cristo a San Pietro per dargli le chiavi del Paradiso? E cosa chiesero i discepoli a Mattia per permettergli di prendere il posto di Giuda? E non sto dicendo quello che vorrei per rispetto alla figura papale che, sia pur indegnamente, rappresenti; la tua avidità e venalità rende peggiore il mondo, calpestando gli onesti ed esaltando i malvagi. Segue il riferimento all’Apocalisse, nella spiegazione medievale: la donna che siede sopra le acque e che si prostituisce con i re è, ovviamente, la Chiesa; le sette teste sono i doni dello Spirito Santo, le dieci corna i dieci Comandamenti, lo sposo è il Pontefice. La spiegazione è chiara: finché il Pontefice è stato espressione di virtù, la Chiesa ha poggiato la sua opera sullo Spirito Santo e sui dieci Comandamenti; successivamente si è prostituita con i re e col mondo. Lo spartiacque è la donazione di Costantino (falsa, ma Dante non poteva saperlo), che divide la storia in un primo periodo positivo, incontaminato dalla ricchezza e dall’avidità, ed un secondo di corruzione sempre maggiore, causata proprio dal potere politico ed economico della Chiesa. Tra l’altro, secondo Dante, Costantino non avrebbe potuto donare ciò che non gli apparteneva, perché l’impero non è di proprietà di chi ha il potere, né il Papa avrebbe potuto accettare il dono, perché Cristo aveva voluto una Chiesa povera.

In conclusione: due sono i punti che emergono di continuo: la corruzione della Chiesa e l’incapacità di opporsi ad essa. Molti sono gli uomini di Chiesa che peccano, scegliendo il male per convenienza economica o per debolezza, ma non meno colpevoli sono coloro che, come Celestino, decidono di non prendere posizione, di non impegnarsi, di non sporcarsi le mani con le cose del mondo in vista di un cambiamento positivo.
La soluzione è la povertà della Chiesa; Dante lo fa chiaramente capire nel Paradiso, quando san Tommaso racconta e loda la figura di san Francesco. Penso sia giusto chiudere con questi versi del poeta, tratti dal canto XI del Paradiso.

Ma perch' io non proceda troppo chiuso,
Francesco e Povertà per questi amanti
prendi oramai nel mio parlar diffuso.

La lor concordia e i lor lieti sembianti,
amore e maraviglia e dolce sguardo
facieno esser cagion di pensier santi;

tanto che 'l venerabile Bernardo
si scalzò prima, e dietro a tanta pace
corse e, correndo, li parve esser tardo.

Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
dietro a lo sposo, sì la sposa piace.

Indi sen va quel padre e quel maestro
con la sua donna e con quella famiglia
che già legava l'umile capestro.

Né li gravò viltà di cuor le ciglia
per esser fi' di Pietro Bernardone,
né per parer dispetto a maraviglia;

ma regalmente sua dura intenzione
ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe
primo sigillo a sua religïone.

Poi che la gente poverella crebbe
dietro a costui, la cui mirabil vita
meglio in gloria del ciel si canterebbe,

di seconda corona redimita
fu per Onorio da l'Etterno Spiro
la santa voglia d'esto archimandrita.

E poi che, per la sete del martiro,
ne la presenza del Soldan superba
predicò Cristo e li altri che 'l seguiro,

e per trovare a conversione acerba
troppo la gente e per non stare indarno,
redissi al frutto de l'italica erba,

nel crudo sasso intra Tevero e Arno
da Cristo prese l'ultimo sigillo,
che le sue membra due anni portarno.

Quando a colui ch'a tanto ben sortillo
piacque di trarlo suso a la mercede
ch'el meritò nel suo farsi pusillo,

a' frati suoi, sì com' a giuste rede,
raccomandò la donna sua più cara,
e comandò che l'amassero a fede;

e del suo grembo l'anima preclara
mover si volle, tornando al suo regno,
e al suo corpo non volle altra bara.
(Par. XI, 73-117)

 

 

 

L'autore
prof. Sabino Pastore
: prof. Sabino Pastore
Docente di Filosofia e Storia
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