Banchetti danteschi

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Dal Convivio alla Divina Commedia, il sommo poeta Dante ha imbandito delle tavolate molto particolari per i suoi lettori di ieri e di oggi, confermando la fama della buona cucina italiana.

E noi, commensali affamati, ci sediamo ardenti di desiderio alle sue mense, pur consapevoli che forse non riusciremo a gustare fino in fondo alcune prelibatezze, e soprattutto per nulla timorosi di incorrere in quel peccato della gola punito nell’Inferno perchè vizio capitale e da espiare come tendenza peccaminosa nel Purgatorio.
Avremmo dovuto vivere nella città del pane sapido, Firenze, ai tempi di Dante, e non ci saremmo meravigliati di sicuro della dettagliata casistica che definiva questo peccato, formalizzato da Gregorio Magno come vizio carnale già nei Moralia: mangiare con avidità o fuori pasto frequentemente, eccedere nelle quantità, scegliere cibi prelibati, esagerare nei condimenti. Bastava rientrare in una di queste situazioni e personaggi come Ciacco, Forese Donati o Bonaggiunta Orbicciani venivano immediatamente tacciati di questo peccato.
Quello che Aristotele nella sua Etica indicò come una sorta di schiavitù perché è un desiderio naturale, seppur di cibo, ma smodato e portato all’eccesso, nella religione cattolica diventava un peccato grave: un impulso naturale, il nutrimento fondamentale per la vita, si trasforma in un desiderio disordinato d'appagamento immediato del corpo fino al compiacimento, perciò da condannare sia in quanto mancanza di autocontrollo e diretto verso un bene terreno e non verso Dio, sia come forma di disuguaglianza sociale in un momento storico in cui fame e povertà erano la quotidianità per molti. Per capire fino in fondo il rapporto della chiesa con il cibo si deve considerare che nella dottrina cristiana Dio si fa cibo per l’uomo attraverso l’Eucaristia, con una sovrapposizione tra valore alimentare e valore spirituale, al punto che il digiuno diventa forma di penitenza.
Le indicazioni della Chiesa erano molto puntuali e Dante non vi si sottrasse; Boccaccio ce ne dà conferma nel suo Trattatello in laude di Dante, offrendo ai posteri il ritratto di un uomo sobrio, amante del cibo semplice e consapevole della gravità del peccato della gola: forse per questo il sommo poeta nelle sue opere non introduce mai riferimenti diretti al cibo, se non generici o in forma di metafora, a cominciare dal banchetto per eccellenza che allestisce per i suoi lettori, quello del Convivio.
Ci sono altri due elementi da considerare: all’epoca - seguendo i suggerimenti dello storico dell’alimentazione Massimo Montanari - uno dei valori prioritari della nobiltà era la discrezione, che doveva manifestarsi anche nel contegno a tavola e nella sobrietà nella scelta delle pietanze. Il cibo afferiva, inoltre, alla sfera dei bisogni corporei, materia non degna di un’opera elevata. Per questo nel Convivio, il saggio filosofico-dottrinale scritto nei primi anni dell'esilio e concepito come un banchetto, Dante parla solo di vivande e di pane: non scende in particolari gastronomici, peraltro superflui in un’enciclopedia del sapere medievale, come lui intende l'opera: un metaforico banchetto del sapere filosofico, dove a chi generalmente si cibava di biada, erba e ghiande sarebbero state offerte come vivande le canzoni dottrinali, da accompagnare con del pane, il commento alle canzoni stesse, necessario perché altrimenti non potrebbero essere assaporate  le prime, anzi risulterebbero indigeste. La metafora si fonda sull’assunto, derivato da Aristotele, che il desiderio di conoscere è un desiderio naturale così come lo è quello della fame.

Passando alla Divina Commedia, Dante non tralascia il tema del mangiare, sia come metafora sia come peccato: sono state rilevate ben 17 ricorrenze per la parola fame e 16 attestazioni del termine cibo.
Il desiderio smisurato di cibo viene condannato e punito nel terzo cerchio: qui Dante, dopo aver placato Cerbero gettando pugni di terra nelle sue “bramose canne”, presenta ai lettori il più famoso goloso della letteratura, quel Ciacco (Ciacco da Buoninsegna o Ciacco dell’Anguillara), che sarà anche protagonista di una novella del Decameron: si rivolta nel fango, battuto da una pioggia immutabile.
Il cibo in questo regno diventa metaforicamente anche mezzo per infliggere le pene infernali. L’autore sembra allestire delle vere e proprie cucine, dando precise istruzioni quasi si trattasse di un moderno tutorial in un talk gastronomico in tv. “La riviera del sangue in la qual bolle qual che per violenza in altrui noccia” (Inferno XII vv 46-48): una cucina è il Flegetonte, il fiume di sangue bollente dove vengono letteralmente “cotti” i violenti versi il prossimo nel primo girone del settimo cerchio.
L’immagine della cucina ritorna nella quinta bolgia, nella scena dei diavoli chef che fanno lessare la carne dei barattieri, qui puniti, in una sorta di pentolone da brodo: la pece bollente. "Non altrimenti i cuochi a lor vassalli fanno attuffare in mezzo la caldaia, la carne con li uncin, perché non galli..." (Inferno XXI, 55-57): similitudine dal sapore quotidiano, ben radicata in una tradizione tipicamente medievale (nel De Babilonia civitate infernali di Giacomino da Verona un peccatore arrostito è offerto a Belzebù che lo addenta dopo averlo intinto nel vino e nel fiele).
Continuando il viaggio nel regno della dannazione, precisamente nel canto XXIX, gli alchimisti Griffolino d’Arezzo e Capocchio da Siena si grattano le croste di scabbia con "il morso de l'unghie" quasi avessero tra le mani un coltello con cui pulire le scaglie di un pesce di acqua dolce: “e sì traevan giù l’unghie la scabbia come coltel di scardova le scaglie o d’altro pesce che più larghe l’abbia” (Inferno XXIX vv. 82-84). Il paragone culinario vuole coinvolgere i lettori in una visione sempre più precisa del processo di degradazione dei dannati.
Una scena di macabro pasto è infine imbandita da Dante nella torre dove i figli del Conte Ugolino, già descritto nell’atto di mordere il cranio del suo peggior nemico, si offrono al padre per placare la sua fame: “poscia, più che ‘l dolor, potè 'l digiuno” (Inferno XXXIII v. 75).

Dalla voragine dei dannati alla montagna del Purgatorio: le anime destinate a salire per il pendio fino al Paradiso terrestre, approdate sulla spiaggia, sono pronte a gustare una nuova vivanda: Dante le paragona a "colui che nove cose assaggia…” (Purgatorio II, vv. 59-54). La metafora del cibo, introdotta qui all’inizio della cantica, è un chiaro riferimento gastronomico a un percorso che si trasformerà in progressivo controllo da parte delle anime degli istinti e degli appetiti, nella fattispecie nell’episodio dei golosi. Costoro, protagonisti dei canti XXIII e XXIV, si purificano patendo la fame e la sete, mentre girano attorno ad un albero, attirati dall’odore dei frutti e dallo spruzzo d’acqua che si sparge tra le foglie. Non è casuale la scelta del termine “odore” per indicare il profumo che si sprigiona dai pomi dell’albero: a metà tra la vista e il gusto, sembra quasi materializzarsi. Continuando sulla scia del realismo, Dante, per la prima volta non parla genericamente di pane e cibo altrimenti l’incontinenza nel mangiare non troverebbe posto nel sistema morale dell’opera. Gli eroi della crapula non possono essere golosi semplicemente di pane ed ecco che papa Martino IV si purifica nel Purgatorio per un desiderio più raffinato, quello di anguille di Bolsena e di vernaccia (vino e cibo di particolare provenienza dunque): ne fu così ghiotto che intingeva la polpa del pesce nel vino e addirittura morì per averne fatta indigestione.

L’atto del cibarsi assume valore denotativo e realistico nelle prime due cantiche perché le anime mantengono ancora un legame con il mondo terreno e subiscono tormenti fisici; ha, invece, valore connotativo nel Paradiso, dove i desideri materiali sono scomparsi. E quella vivanda che nel Convivio appagava, identificandosi nella conoscenza - “nel desiderare de la scienza successivamente finiscono li desideri e viensi a perfezione” -, nella Divina Commedia è un pane che non sazia mai, anzi genera perpetui stimoli, irrequietezza e infelicità perché coincide con la scienza umana. In questo regno, però, non c’è spazio per la fame, né per la sete: è San Bernardo a sottolinearlo a Dante nel XXXII canto; solo il pan de li angeli (Paradiso II, v. 11), cioè il nutrimento della contemplazione mistica, dei misteri divini di cui si può finalmente essere ghiotti, potrà saziare, culminando nell’ultimo canto nella pienezza della visione di Dio: è la ricompensa finale per una vita condotta con purezza e rettitudine.

 

 


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