Gli abbracci della Commedia

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Oriol Vall, che si occupa dei neonati in un ospedale di Barcellona, dice che il primo gesto umano è l’abbraccio. Dopo essere venuti al mondo, al principio dei loro giorni, i bebè agitano le mani, come per cercare qualcuno.

Altri medici, che si occupano di quelli che hanno già vissuto, dicono che i vecchi, alla fine dei loro giorni, muoiono cercando di alzare le braccia.
Ed è così, per quanto ci si pensi su, e per quante parole si utilizzino. A questo atto, semplicemente, si riduce tutto: fra due battiti d’ali, senza altre spiegazioni, trascorre il viaggio.

Eduardo Galeano, Le labbra del tempo

Quanta vita questa pandemia ci ha sottratto? “Or volge l’anno” e, protetti e “mascherinati”, veniamo nel chiuso delle stanze “pien d’angoscia a rimirar” questo nostro stato non certo sereno. Un virus crudele ci ha costretti alla bufaliniana “isolitudine”, instillando nei nostri cuori un male più angosciante della paura, della titubanza, del sospetto e della diffidenza: la nostalgia. Ecco, ci siamo ammalati di nóstos, di ritorno, specie in certe sere quando un oggetto, un profumo, una melodia suscitano d’improvviso il ricordo di care immagini familiari che si direbbero lontane nel tempo, se un’estate luminosa e spensierata o un inverno con parenti e amici non fossero di qualche anno fa. Anche Dante Alighieri intraprende il suo nóstos, incamminandosi alla volta della patria perduta lungo “la diritta via” smarrita, un procedere verso il passato, come recupero dell’Eden precluso al genere umano, in un duplice movimento, dentro di sé e dentro la storia. Ora, alla ricerca di un filo che legasse il nostro tempo all’opera del sommo fiorentino, al principio avevo pensato di affrontare il tema del sorriso nella Commedia, così mortificato dall’imbavagliamento protettivo. Poi, però, mi sono imbattuto nella lettura del raccontino di cui sopra e, volta nostra poppa nel mattino, ho virato decisamente verso il motivo degli abbracci. Già, a questo atto, semplicemente, si riduce tutto: fra due battiti d’ali, senza altre spiegazioni, trascorre il viaggio. E la Commedia è il resoconto di un viaggio straordinario. Meglio, è l’ombra di un viaggio straordinario. Il residuo attivo, come ha notato John Freccero, del passaggio dall’esperienza alla memoria e dalla memoria all’espressione: O divina virtù, se mi ti presti/tanto che l’ombra del beato regno/segnata nel mio capo io manifesti (Paradiso, I, vv. 22-24). Quell’ombra che parrebbe cifra dell’intero “sacrato poema”, riguardi essa il corpo di Dante agens o le parvenze delle anime o l’opera-nave (Un punto solo m’è maggior letargo/che venticinque secoli a la ‘mpresa/che fè Nettuno ammirar l’ombra d’ArgoParadiso, XXX, vv. 94-96). Ai meravigliosi versi della Commedia Dante ha affidato il desiderio di tornare “poeta” nella sua odiosamata Firenze, a un poema sacro/al quale ha posto mano e cielo e terra (Paradiso, XXV, vv. 1-9), un abbraccio cioè tra terra e cielo, umano e divino, tempo ed eternità. Pertanto, credo che tra gli assembramenti di definizioni, nei secoli polverosamente sedimentate, non sfigurerebbe quella di “poema degli abbracci”. E se la Commedia, com’è noto, reduplica di terzina in terzina i sorprendenti meccanismi della vita, allora il titolo di questa rapida ricognizione di cantica in cantica vale “gli abbracci della vita”. Quelli che ci mancano e che sono, inutile girarci intorno, il calore del nostro stare al mondo.

FENOMENOLOGIA DELL’ABBRACCIO

Anno 1300, mattina del giorno di Pasqua. Dante e Virgilio, dopo aver compiuto un rito lustrale su indicazione del severo Catone Uticense, ammirano dalla spiaggia del purgatorio, una montagna che dislaga dalle acque dell’oceano, lo sbarco corale di anime da un vasello snelletto e leggero (Purgatorio, II, vv. 41). Dal gruppo di ombre che s’affolla intorno ai due peregrin (Purgatorio, II, v. 63), incuriosito dalla presenza di un vivo nel regno dei morti, una si fa avanti.

Io vidi una di lor trarresi avante
per abbracciarmi, con sì grande affetto,
che mosse me a far lo somigliante.

Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto.

Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.

Soavemente disse ch’io posasse;
allor conobbi chi era, e pregai
che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.

Rispuosemi: "Così com’io t’amai
nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
però m’arresto; ma tu perché vai?".

(Purgatorio, II, vv. 76-90)

È il famoso triplice abbraccio mancato tra Dante e l’amico musico Casella, tra un uomo in carne ed ossa e l’anima di un trapassato, un tópos epico di illustre tradizione. Ricordiamo, infatti, Achille che cerca di abbracciare invano l’ombra di Patroclo (Iliade, XXIII, vv. 93-104), Odisseo che manca per tre volte l’anima della madre Anticlea nella nékyia, l’evocazione dei morti, (Odissea, XI, vv. 204-208) e Enea che con identico gesto deluso e identici versi (Ter conatus ibi collo dare bracchia circum,/ter frustra comprensa manus effugit imago,/par levibus ventis volucrique simillima somno) stringe al petto le braccia vuote e non l’ombra di Creusa prima (Eneide, II, vv. 792-794) e del padre Anchise poi (Eneide, VI, vv. 700-702). L’episodio offre l’opportunità per analizzare la fenomenologia dell’abbraccio nella Commedia.  Ecco, perché esso si verifichi è indispensabile la compresenza di quattro fattori: la corporeità, il riconoscimento, cui è connesso lo stupore, il movimento e la dimenticanza. Il riconoscimento avviene sempre mediante i sensi, in particolar modo attraverso vista e udito, in un passaggio di “forme sensibili” alla memoria e alla vis cogitativa et imaginativa (alla facoltà intellettiva e fantastica intesa come plasmatrice di immagini). L’ombra di Casella si stacca dalla folla di anime per abbracciare l’amico, il quale si comporta similmente. Un forte desiderio di stringersi tra le braccia muove i due. Nella Commedia il movimento è connesso all’amore e l’amore si esprime nel movimento. È come se Dante rietimologizzasse il lemma “amore”, legandolo al verbo “mòvere”, come fosse “ad-mòvere” (non arriccino il naso i puristi del latino, ma trattasi della forma volgare del verbo movēre, non di leggerezza quantitativa): Temp’era dal principio del mattino,/e ‘l sol montava ‘n su con quelle stelle/ch’eran con lui quando l’amor divino/mosse di prima quelle cose belle (Inferno, I, vv. 37-40); amor mi mosse che mi fa parlare (Inferno, II, v.72); E io rispondo: Io credo in un Dio/solo ed etterno, che tutto ‘l ciel move,/non moto, con amore e con disio (Paradiso, XXIV, vv. 130-132); sì come rota ch’igualmente è mossa,/l’amor che move il sole e l’altre stelle (Paradiso, XXXIII, vv. 144-145). L’amore che muove è creazione, caritas, dono gratuito di sé, non legato a interessi e pulsioni materiali, non eros, passione smodata e irrazionale, che non “conduce” alla vita, bensì alla “morte” (amor condusse noi ad una morte, conclude Francesca la teoria dell’amor cortese, giustificazione accorta del peccato di adulterio). Rispuosemi: "Così com’io t’amai/nel mortal corpo, così t’amo sciolta": non stupisca l’amore tra due uomini, non vi è alcuna malizia erotica. Dante, scrive a proposito del rapporto tra Stazio e Virgilio, ma che ben può applicarsi alla teoria dell’amore nella Commedia, Enrico Malato in Amor cortese e amor cristiano, “vuole evidenziare la nuova e più autentica fisionomia dell’amore cristiano, che è innanzitutto e soprattutto amore intellettuale: amore acceso di virtù, capace a sua volta di ‘accendere’ un amore virtuoso, cioè puro, nobile, disinteressato, nella persona amata”. La spinta sentimentale è così intensa che induce i due amici a dimenticare il loro diverso stato: Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!/tre volte dietro a lei le mani avvinsi,/e tante mi tornai con esse al petto. Dante agens è tratto in inganno dalla corporeità delle anime, da una inconsistenza che non modifica il loro aspetto. Che le ombre abbiano fisionomie umane non è invenzione dantesca. Gli incontri epici tra eroi vivi e immagini di defunti testimoniano tutto un repertorio di tópoi su menzionati. È propriamente dantesca l’intenzione di fornire una spiegazione razionale, intellettuale, scientifica alla corporeità delle anime, in ottemperanza alla legge che sostanzia tutta l’opera: la redenzione di un peccatore, illuminato dalla Grazia, che cerca di comprendere con strumenti umani il mistero divino. Dante non rinuncia mai alla ragione, fino all’ultima rivelazione del mistero dell’Incarnazione, nella luce abbacinante e vivificante della Trinità. Si potrebbe affermare con Piero Boitani, che il poeta fiorentino “sente l’urgenza di costruire una scienza dell’ombra, di trascorrere con la ragione – per parafrasare il Virgilio del canto III del Purgatorio – l’infinita via che tiene assieme … l’ombra e l’embrione”. Già in altri luoghi del “poema sacro” ci si è imbattuti nel problema della scorporata fisicità delle ombre (Quando vidi costui nel gran diserto,/«Miserere di me», gridai a lui,/«qual che tu sii, od ombra od omo certo!» - Inferno, I, vv. 64-66; Noi passavam su per l’ombre che adona/la greve pioggia, e ponavam le piante/sovra lor vanità che par personaInferno, VI, vv. 34-36; A sofferir tormenti, caldi e geli/simili corpi la Virtù dispone/che, come fa, non vuol ch’a noi si sveliPurgatorio, III, vv. 31-33) e non pochi dubbi si sono affastellati nella mente del lector viator, non dissimili a quelli dell’homo viator Dante. Figuriamoci, poi, l’incredulità e l’orrore degli studenti quando leggono, per esempio, le terzine dell’atroce pena cui sono sottoposti gli ignavi: corsa impazzita dietro una insegna, punture di vespe e mosconi, sangue che sgorga dalle ferite e che, misto a lacrime, viene raccolto da vermi ai piedi. Ebbene, tutto questo necessita di una spiegazione razionale non disgiunta chiaramente dal mistero divino. Spiegazione puntualmente fornita nel canto XXV del Purgatorio dall’ombra del poeta Stazio, un autentico trattato poetico di embriologia. Seguendo il De partibus animalium I di Aristotele, mediato dal De natura et origine animae di Alberto Magno, sangue perfetto, destinato al concepimento, prende nel core la virtute informativa, ossia la potenza di dare forma a tutte le membra umane. Quando esso si unisce al sangue della donna, in natural vasello, comincia il concepimento. La virtù attiva del seme diventa dapprima anima vegetativa, poi ovra fin quando non move e sente, cioè diventa anima sensitiva, e infine forma gli organi dell’animale superiore. Sì tosto come al feto
l’articular del cerebro è perfetto,
/lo motor primo a lui si volge lieto/sovra tant’arte di natura, e spira
spirito novo, di vertù repleto,
/che ciò che trova attivo quivi, tira/in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,/che vive e sente e sé in sé rigira (Purgatorio, XXV, vv. 69-75): non appena nel feto si forma il cervello, Dio si rivolge al nascituro, lieto di poter dar vita ad una creatura simile a Lui, e vi infonde uno spirito novo, l’anima intellettiva, che si fonde con quella vegetativa e sensitiva in perfetta unità. Quando l’uomo muore, l’anima si scioglie dal corpo, tenendo in sé la componente umana (vegetativa e sensitiva) e quella divina (intellettiva). Solo che, mancando il corpo che traduceva in atto la potenza delle facoltà umane, queste ultime restano mute, mentre acquistano forza le facoltà divine: memoria, intelligenza e volontade. Giunta l’anima presso una delle due rive dell’aldilà, l’Acheronte per i dannati e la foce del Tevere per i penitenti, la virtute informativa opera irradiando intorno a sé nello stesso modo e con la stessa intensità con cui operava nell’embrione, sicché l’aria che la circonda si modella in quell’aspetto corporeo che in essa imprime (suggella) l’anima stessa che in quel punto si è fermata. Questo corpo aereo, visibile parvenza, si chiama “ombra”, e forma, “organa”, gli organi del senso, fino al più alto, quello della vista. Ecco, dunque, spiegato perché le anime ridono, piangono, soffrono tormenti o emettano sospiri (Però che quindi ha poscia sua paruta,/è chiamata ombra; e quindi organa poi/ciascun sentire infino a la veduta./ Quindi parliamo e quindi ridiam noi;/quindi facciam le lagrime e ’ sospiri/che per lo monte aver sentiti puoi./ Secondo che ci affliggono i disiri/e li altri affetti, l’ombra si figura;/e quest’è la cagion di che tu miri".Purgatorio, XXV, vv. 100-108). Le ombre hanno eterea fisionomia umana, pertanto è facile incorrere nell’errore di scambiare una forma aerea in corpo autentico. Osserva con acutezza sempre Piero Boitani in «Trattando l’ombre come cosa salda», “i morti hanno più sostanza dei vivi, hanno più vita dei viventi: la vera realtà, per un cristiano, è quella dell’aldilà, immersa nell’eterno. La vita terrena non è che «figura», umbra di quella. È il nostro vivere che è la vera ombra”. Insomma, la poetica dell’ombra, dalle anime all’opera, contesse tutta la Commedia. Ora, questo corpo fittizio permette il riconoscimento, l’anagnórisis aristotelica (anche se lo Stagirita non menziona in alcun punto della sua opera scene di riconoscimento tra uomini e dèi e tra vivi e defunti – forse sembrava al filosofo poco razionale). Una agnizione, talvolta improvvisa, accompagnata da stupore (l’ékplexis, il colpo, lo sbalordimento aristotelico). Nell’episodio di Casella Dante, dopo aver fallito per tre volte l’abbraccio, vien colto da maraviglia e, soltanto quando l’anima gli dice soavemente di fermarsi, riconosce l’amico. Già, non la vista, ma l’udito consente il riconoscimento. E non poteva essere diversamente: quella dolce voce con l’amoroso canto aveva rasserenato in vita l’animo afflitto da doglie del fiorentino viator. Certe emozioni difficilmente si scordano, anche nell’aldilà.

GLI ABBRACCI NELLA COMMEDIA 

Chiarita, si spera, la fenomenologia di questo gesto tutto umano, affrontiamo il nostro cammino per i tre regni oltremondani quali cercatori di abbracci, ricordandoci che incontreremo ombre nell’inferno e in purgatorio, luci in paradiso, quando il riconoscimento verrà sostituito dalla rivelazione.

“L’Inferno, e ancor di più il Purgatorio, celebrano la camminata umana, la misura e il ritmo dei passi, il piede e la sua forma”, scrive Osip Mandel’štam. Quindi muniamoci “d’un paio di indistruttibili scarponi svizzeri ben chiodati” e cominciamo, noi lectores viatores, la discesa periclitante di cerchio in cerchio. L’Inferno è piuttosto avaro di abbracci. Se escludiamo la stretta eterna di Francesca e Paolo (I' cominciai: «Poeta, volontieri/parlerei a quei due che 'nsieme vanno,/e paion sì al vento esser leggieri» - Inferno, V, vv. 73-75), più un aggravio di pena che un mirabile esempio di amore che vince la morte, gli episodi in merito riguardano il maestro e il discepolo. Canto VIII, quinto cerchio, immersi nella melmosa Palude stigia sono puniti gli iracondi e gli accidiosi. Dante e Virgilio si trovano sulla barca di Flegiàs, orrenda creatura infernale, quando dalle acque emerge un dannato, Filippo Argenti, che, dopo uno scambio di sprezzanti battute, prova con le mani a far capovolgere lo scafo. Risospinto da Virgilio nel fondo della palude, il poeta augusteo cinge il collo dell’allievo prediletto, baciandolo e benedicendo la madre che lo aveva partorito.

Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: «Chi se' tu che vieni anzi ora?».

E io a lui: «S'i' vegno, non rimango;
ma tu chi se', che sì se' fatto brutto?».
Rispuose: «Vedi che son un che piango».

E io a lui: «Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto».

Allor distese al legno ambo le mani;
per che 'l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: «Via costà con li altri cani!».

Lo collo poi con le braccia mi cinse;
basciommi 'l volto e disse: «Alma sdegnosa,
benedetta colei che 'n te s'incinse!

(Inferno, VIII, vv. 31-42)

Canto XVI, settimo cerchio, terzo girone, ove sono puniti i violenti contro natura. Nel sabbione infuocato, sotto una pioggia di fuoco, Dante e Virgilio, procedendo lungo un argine, vengono raggiunti da tre dannati che si sono staccati da una schiera di anime. Sono Iacopo Rusticucci, Tegghiaio Aldobrandi (dei quali il poeta aveva già avuto notizie da Ciacco nel cerchio dei golosi) e Guido Guerra. In quanto fiorentini, soggetti a pena eterna, essi suscitano pietà in Dante, che, se non avesse avuto paura di rimanere ustionato, sarebbe sceso dall’argine per abbracciarli.

S’i fossi stato dal foco coperto,
gittato mi sarei tra lor di sotto,
e credo che ‘l dottor l’avria sofferto;

ma perch’io mi sarei brusciato e cotto,
vinse paura la mia buona voglia
che di loro abbracciar mi facea ghiotto.

(Inferno, XVI, vv. 46-51)

Nel canto seguente, Dante e Virgilio si apprestano a salire sulla groppa di Gerione, spaventoso mostro, immagine della frode, dal volto di uomo dabbene e dal corpo di serpente, con zampe dotate di peli e di artigli e la pelle decorata di ghirigori più colorati dei drappi Tartari e Turchi e delle tele per Aragne imposte. Il poeta viator ha umana paura a trasvolare sul dorso della bestiale creatura per approdare giù nelle Malebolge, ma il maestro lo abbraccia forte e soccorrendolo fa sì che l’allievo vinca la paura:

I’ m’assettai in su quelle spallacce;
sì volli dir, ma la voce non venne
com’io credetti: ’Fa che tu m’abbracce’.

Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne
ad altro forse, tosto ch’i’ montai
con le braccia m’avvinse e mi sostenne;

e disse: "Gerïon, moviti omai:
le rote larghe, e lo scender sia poco;
pensa la nova soma che tu hai".

(Inferno, XVII, vv. 91-99)

D’altronde, non è la prima volta che Virgilio sostiene Dante in particolari momenti di pericolo, come quando i due si devono arrampicare lungo il villoso petto del tricipite Lucifero:

Com’a lui piacque, il collo li avvinghiai;
ed el prese di tempo e loco poste,
e quando l’ali fuoro aperte assai, 

appigliò sé alle vellute coste;
di vello in vello giù discese poscia
tra ‘l folto pelo e le gelate coste.

(Inferno, XXXIV, vv. 70-75)

C’è da chiedersi, semmai, com’è possibile che un corpo aereo abbracci o sostenga un corpo in carne e ossa. Forse la risposta è nel ruolo che assolve Virgilio, non solo guida, ma puntello della ragione e auctoritas da cui Dante tolse il bello stilo, ossia colonna portante su cui poggia non solo la cultura di un solo poeta, ma soprattutto quella di una intera epoca. E Dante è sempre riconoscente nei confronti dei maestri. Nel terzo girone del settimo cerchio, per esempio, cammina con la sua guida lungo un argine per evitare da un lato il sangue bollente del Flegetonte, dall’altro la distesa di sabbia ardente e la pioggia di fuoco, quando incontra una schiera di dannati. Sono i sodomiti. Uno di questi lo riconosce, aguzzando per l’oscurità del luogo la vista come il vecchio sarto quando deve infilare il refe attraverso la cruna di un ago. “Qual maraviglia”, esclama Brunetto Latini allungando il braccio verso l’amato discepolo.  

Così adocchiato da cotal famiglia,
fui conosciuto da un, che mi prese
per lo lembo e gridò: "Qual maraviglia!".

E io, quando ’l suo braccio a me distese,
ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,
sì che ’l viso abbrusciato non difese

la conoscenza süa al mio ’ntelletto;
e chinando la mano a la sua faccia,
rispuosi: "Siete voi qui, ser Brunetto?".

(Inferno, XV, vv. 22-30)

Riconoscimento, meraviglia, corporeità, manca solo l’abbraccio, sostituito da una carezza che l’allievo rivolge al viso affumicato del maestro.  L’incontro è segnato da struggente deferenza. E il discepolo esprime tutta la sua gratitudine nei riguardi del maestro, in un rapporto tra padre e figlio.

"Se fosse tutto pieno il mio dimando",
rispuos’io lui, "voi non sareste ancora
de l’umana natura posto in bando;

ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora

m’insegnavate come l’uom s’etterna:
e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo
convien che ne la mia lingua si scerna.

(Inferno, XV, vv. 79-87)

Che bello! A pensarci bene, avviene sempre così. Dei professori, magari di quelli terribili, che hanno preteso una preparazione coscienziosa e approfondita, al momento percepiamo il fastidio e proviamo un sentimento di adolescenziale avversione; poi, crescendo, ci tornano in mente, in determinate situazioni della vita, quelle lezioni che credevamo moleste. E allora esprimiamo la nostra gratitudine nei loro confronti, usando parole di elogio in ogni occasione, nel frattempo, però, li abbiamo mandati … giù all’inferno.

Il Purgatorio è la cantica della rinascita, nello spirito e nei sensi. Dopo la totale mortificazione del botro infernale, che aveva contristati li occhi e ‘l petto, il nuovo regno ridesta il piacere della vista, dell’udito e del tatto. È l’alba della domenica di Pasqua, il cielo ha un dolce color d’oriental zaffiro, il lucore dell’alba consente di riconoscere di lontano il tremolar de la marina e il pellegrino sente sul viso caliginoso le mani fresche di rugiada del maestro, che sta eseguendo un rito di purificazione. Il purgatorio è una montagna di risulta (essendo formato dalla terra che riempiva la voragine inferna) che s’innalza, di cornice in cornice, vertiginosamente verso il cielo. È il regno dell’alternarsi del giorno e della notte, il regno del sole che illumina il cammino di penitenza e di conoscenza, il regno degli abbracci perché esso stesso figura l’abbraccio della terra e del cielo, dell’umano che si tende al divino. Dante agens che scala il costone in un percorso penitenziale è per certi aspetti affine alle anime purganti: espiare le tendenze peccaminose nella divina concessione di un tempo suppletivo, con la garanzia di aver raggiunto la salvezza. Anzi, a ben vedere, la presenza di un uomo nel regno della penitenza costituisce una collisione tra la dimensione del corpo, col suo portato storico, e la dimensione extratemporale della sicura liberazione dai vincoli della materialità e assolve una duplice funzione: scrive Angelo Jacomuzzi ne L’imago al Cerchio e altri studi sulla «Divina Commedia», “lo sgomento e lo stupore reciproci tra il pellegrino dal corpo opaco e le «ombre vane» del  secondo regno è il segno critico iniziale di una progressiva compenetrazione […] Dante, con e per il suo corpo, è il passato delle anime, come le anime sono il futuro di Dante, il luogo della sua trascrizione escatologica e della sua comprensione”. La cantica si caratterizza per il dinamismo (ché perder tempo a chi più sa più spiacePurgatorio, III, v.78), la coralità e il tema del corpo (soprattutto nei primi canti, quando l’ombra proiettata dal viator spaventa e stupisce le anime). La luce del sole, quindi, consente anche una certa facilità di riconoscimento, senza strizzare dolorosamente gli occhi. Abbiamo già incontrato Casella e il triplice abbraccio mancato con l’amico vivo. Questo gesto affettuoso coinvolge, in verità, autori latini e medievali e Virgilio, un’agnizione tra poeti nell’oltretomba che è invenzione dantesca. Canto VI, seconda balza dell’antipurgatorio. Dopo essersi liberato a fatica della calca delle ombre di coloro che, morti di morte violenta, si pentirono nell’ultimo istante di vita, Dante, su segnalazione di Virgilio, nota un’anima che, sola soletta (v. 59), se ne sta altera e disdegnosa (v. 62) e guarda i due con sguardo attento a guisa di leon quando si posa (v.66).

Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
che ne mostrasse la miglior salita;
e quella non rispuose al suo dimando,

ma di nostro paese e de la vita
ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava
"Mantüa..." e l’ombra, tutta in sé romita,

surse ver’ lui del loco ove pria stava,
dicendo: "O Mantoano, io son Sordello
de la tua terra!"; e l’un l’altro abbracciava.

(Purgatorio, VI, vv. 67-75)

Ha appena cominciato Virgilio a recitare il suo epitaffio che l’anima, al nome di Mantova, sorge dal luogo ove si trova e, pronunciando il suo nome, abbraccia il poeta augusteo. È Sordello da Goito, un trovatore italiano, che lavorò anche presso la corte di Raimondo Berengario IV di Provenza, come consigliere accanto al ministro Romeo di Villanova (la cui anima luminosa Dante incontrerà nel VI canto del Paradiso, un caso?) e scrisse in provenzale il Compianto in morte di ser Blacatz, una poesia in cui si rimproverava la mancanza di coraggio dell’imperatore e dei signori (non a caso Dante auctor prorompe nella nota invettiva Ahi serva Italia come a dar seguito all’attacco del testo di Sordello). L’abbraccio franco e patriottico tra le due ombre sembra aver smemorato la vanità delle ombre. Il canto seguente si apre con Sordello che chiede ai viandanti chi siano e Virgilio che si presenta:

"Anzi che a questo monte fosser volte
l’anime degne di salire a Dio,
fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.

Io son Virgilio; e per null’altro rio
lo ciel perdei che per non aver fé".
Così rispuose allora il duca mio.

Qual è colui che cosa innanzi sé
sùbita vede ond’e’ si maraviglia,
che crede e non, dicendo "Ella è ... non è ...",

tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,
e umilmente ritornò ver’ lui,
e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia.

(Purgatorio, VII, vv. 4-15)

Al nome di Virgilio, Sordello, dopo un attimo di incredulità, si china umilmente per abbracciare i piedi dal momento che ha riconosciuto la gloria di Latin. La poesia medievale, insomma, si trova di fronte alla tradizione antica. Questo gesto deferente è il medesimo che tenta di eseguire un altro poeta latino sulla quinta cornice, ove si espia la tendenza peccaminosa dell’avarizia e della prodigalità. Dante e Virgilio, lasciato da poco Ugo Capeto, si apprestano a salire alla cornice ove si purga il peccato della gola, badando a non calpestare le anime che giacciono carponi, mani e piedi legati, quando un violento terremoto scuote la montagna e d’improvviso si leva un canto da ogni cornice del purgatorio, ”Gloria in excelsis” tutti “Deo”/dicean (Purgatorio, XX, vv. 136-137), sicché i due viandanti restano immobili come i pastori che per primi udirono quel canto dalla voce degli angeli la Notte Santa. Cosa mai è successo? Avviene che, quando un’anima ha compiuto il percorso espiatorio ed è pronta a salire in cielo, sentendo libera volontà di miglior soglia (Purgatorio, XXI, v. 69), la terra trema e i penitenti intonano il “Gloria a Dio”. Informa di ciò un’anima che si è svincolata dalla penitenza e si è resa degna del paradiso. L’ombra, comparsa all’improvviso come Cristo risorto ai due discepoli sulla via di Emmaus (Luca, 24, 13 ss.), così incorniciando significativamente l’evento nella storia della salvezza, dal Natale alla Resurrezione, si presenta. Si tratta di Publio Papinio Stazio, vissuto dal 45 al 96 d.C., che da Tolosa, citta natia (in realtà, Stazio era nato a Napoli, ma Dante lo confonde con il retore tolosano Lucio Stazio Ursulo), giunge a Roma sotto i Flavi e diviene poeta scrivendo la Tebaide e l’Achilleide, opera rimasta incompiuta per sopraggiunta morte. L’anima, infine, confessa che all’ardor delle lettere furono seme le faville […] de la divina fiamma, cioè de l’Eneida, mamma e nutrice della poesia, sua e di moltissimi poeti, e che sarebbe disposto a rimanere un altro anno nel purgatorio pur di vivere al tempo in cui aveva vissuto Virgilio. A queste parole Virgilio fa cenno a Dante di non parlare, ma, non potendosi trattenere determinate emozioni, il fiorentino sorride ammiccante. Insospettitosi, Stazio chiede il perché di quel sorriso e Dante gliene dà ragione, rivelando l’identità della sua guida. 

Ond’io: "Forse che tu ti maravigli,
antico spirto, del rider ch’io fei;
ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.

Questi che guida in alto li occhi miei,
è quel Virgilio dal qual tu togliesti
forte a cantar de li uomini e d’i dèi.

Se cagion altra al mio rider credesti,
lasciala per non vera, ed esser credi
quelle parole che di lui dicesti".

Già s’inchinava ad abbracciar li piedi
al mio dottor, ma el li disse: "Frate,
non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi".

Ed ei surgendo: "Or puoi la quantitate
comprender de l’amor ch’a te mi scalda,
quand’io dismento nostra vanitate,

trattando l’ombre come cosa salda".

(Purgatorio, XXI, vv. 121-136)

In questa scena al centro si colloca il sorriso del poeta medievale che funge da intermediario tra i due poeti della latinità, come nell’episodio di Sordello Dante era stato spettatore in quanto agens e regista in quanto auctor. Alla rivelazione, Stazio, che deve la conversione alla lettura della IV Bucolica e il ravvedimento dal peccato della prodigalità a un verso del III libro dell’Eneide “Quid non mortalia pectora cogis,/auri sacra fames?” (A che cosa tu non spingi i cuori degli uomini, o esecranda fame dell’oro?), s’inchina per abbracciare i piedi di Virgilio, il quale gli ricorda che le ombre, perché vane, non possono abbracciarsi. La risposta del poeta tolosano è chiara: così grande è l’amore per Virgilio, che ci si smemora dello stato delle anime, trattando l’ombre come cose salde. In questo gesto sono compresenti i fattori della fenomenologia dell’abbraccio: corporeità, riconoscimento, movimento connesso all’amore e dimenticanza (suggestivo il neologismo dismento). Perché, però, il mantovano impedisce a Stazio di abbracciargli i piedi? A questa domanda risponde Anna Maria Chiavacci Leonardi: “Virgilio dunque ferma Stazio non tanto per la ragione data, che due ombre non possono abbracciarsi (egli ha pur abbracciato Sordello), quanto perché non vuole un riconoscimento di superiorità, tanto più trovandosi lui di fatto, sul piano dell’eternità, inferiore all’altro. Così si spiega la contraddizione tra i due luoghi”. Certo, ma forse si potrebbe notare anche qualcos’altro, legato sempre al personaggio di Virgilio, la cui sorte è particolarmente drammatica. Condannato a provare un insopprimibile desiderio di Dio, che resterà in eterno inappagato, egli compie con Dante il percorso penitenziale, accompagnandolo sostanzialmente verso la salvezza, e incontra il poeta Stazio, che, a ben vedere, salva due volte: in vita, con i versi delle Bucoliche e dell’Eneide, e nell’aldilà, comparendo al momento giusto (sarebbe il tolosano salito in cielo con un desiderio tutto terreno impossibile da realizzarsi in paradiso, quello di vedere la fonte dell’ispirazione poetica, e sarebbe incorso nel peccato di idolatria, abbracciandogli i piedi, una pagana proskýnesisin terra sacra). Ecco, il vero personaggio tragico della Commedia è Virgilio, che salva i discepoli e che non potrà mai salvar sé stesso.

Abbiamo finora scalato con Dante agens la montagna, di cornice in cornice, e osservato alcuni abbracci tra due anime e tra un vivo e un’ombra, eppure, forse ci è sfuggito il vero abbraccio, quello che salva per davvero. Quale? Canto III, sulla spiaggia del purgatorio da una schiera di anime si staglia un penitente, biondo era e bello,/ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso. (Purgatorio III, vv. 107-108). È Manfredi, figlio naturale di Federico II e Bianca Lancia, morto, scomunicato, nella battaglia di Benevento del 1266. Racconta:

Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.

Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.

(Purgatorio, III, vv. 118-123)

Peccatore orrendo, l’imperatore si affida sinceramente a Dio in punto di morte e, nonostante la scomunica, si salva, abbracciato dalla bontà infinita del Padre eterno. In questo gesto divino sono presenti i quattro fattori? Sembrerebbe di sì. Corporeità dell’ombra, riconoscimento dei propri peccati, movimento come abbraccio d’amore. E la dimenticanza? Può Dio smemorare? In Leggenda, un raccontino, neanche a farlo apposta, dell’Elogio dell’ombra, Borges presenta Abele e Caino che s’incontrano dopo la morte del primo. Verso sera, alla luce del fuoco, Caino nota il segno della pietra sulla fronte del fratello e prega di essere perdonato.

“Abele rispose: «Mi hai ucciso tu, o ti ho ucciso io? Non ricordo più; qui siamo insieme come allora».

«Ora so che mi hai davvero perdonato» disse Caino «perché dimenticare è perdonare. Anch’io cercherò di dimenticare».

Già, contro ogni giudizio umano, che pretende di sostituirsi a quello divino, per una lagrimetta sincera Dio cancella tutte le gravi colpe commesse nella vita, porque olvidar es perdonar.

Il volo per i nove cieli concentrici in compagnia di Beatrice non offrono a Dante agens abbracci, perché vien meno uno dei quattro fattori, la corporeità. I beati, infatti, sono pura luce e si manifestano al viandante in cori armoniosi e per intensità luminosa. Eppure, la pienezza di cui godono le anime ben nate è incompleta. Esse provano un irrefrenabile disio d’i corpi morti. Siamo nel Cielo del Sole, Dante e Beatrice sono accolti da due corone luminosissime di beati. Sono gli spiriti sapienti. Alla domanda di Dante, interpretata da Beatrice, come potrebbero gli occhi, dopo la resurrezione della carne, sopportare la luminosità che ora fascia le loro anime, Salomone risponde che la persona umana, recuperata dopo il giudizio universale, non sarà danneggiata da tanta luce perché il corpo recuperato sarà più luminoso della luce che le circonfonde e gli organi visivi saranno anch’essi potenziati sì da distinguere gli altri corpi. Le altre anime con un “Amen” approvano in coro quanto dichiarato dal saggio re di Israele, manifestando un desiderio di recuperare i corpi non per loro stessi, chiosa Dante auctor, ma per riabbracciare le mamme, i padri e i loro cari. Ed è così. Anche la gioia di vedere Dio, pienezza assoluta, è monca se non la condividiamo con le persone che ci hanno amato. Non siamo solo noi che rimaniamo ad avere nostalgia di certi abbracci, ma anche chi ci ha lasciato desidera stringerci forte e attende il momento perché tornino le dolcezze sperimentate sulla terra. La vita autentica si realizza quando l’umano incontra il divino. In fondo, nulla si perde dei sentimenti vissuti.     

Tanto mi parver sùbiti e accorti
e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!»,
che ben mostrar disio d’i corpi morti:

forse non pur per lor, ma per le mamme,
per li padri e per li altri che fuor cari
anzi che fosser sempiterne fiamme.

(Purgatorio, XIV, vv. 61-66)

Ora, gli spiriti sapienti desiderano riprendere i corpi per poter rivedere le mamme, i padri e i loro cari. E Dante agens? Possibile che nel cammino oltremondano non abbia incontrato i suoi genitori? Odisseo abbraccia la madre Anticlea nella terra dei morti, Enea il padre Anchise nei Campi Elisi, Dante non menziona nemmeno la mamma, Monna Bella, che perse appena bambino. Eppure, si direbbe che la Commedia sia nel segno della madre, se, oltre alle similitudini del fantolino che sugge il latte dal seno materno, consideriamo che Maria muove la catena muliebre della solidarietà per salvare il fiorentino smarrito per la selva oscura, la Vergine Madre invocata da Bernardo di Chiaravalle nella bellissima preghiera del canto XXXIII del Paradiso perché Dante venga letteralmente alla luce, rinasca in Dio. Solo lei, Maria, che consentì al divino di scendere nell’umano, può intercedere perché l’umano salga al divino. E sempre lei è presente nella formula che Virgilio utilizza come lasciapassare con Caronte e con Minosse, vuolsi così cola dove si puote/ ciò che si vuole, se si leggono con memoria testuale sempre le terzine della santa orazione di Bernardo: Ancora ti priego, regina, che puoi/ciò che tu vuoli (Paradiso, XXXIII, vv. 34-35). Una Donna ha suggellato il cammino di redenzione del peccatore-pellegrino. Basterebbe questa affermazione a fornire una risposta alle domande sopra poste. Ma siamo, però, sicuri che Dante non abbia citato in qualche luogo della Commedia la madre? Ricordiamoci l’episodio di Filippo Argenti mentre il maestro e il discepolo attraversano sulla barca di Flegiàs la Palude Stigia («Alma sdegnosa,/benedetta colei che 'n te s'incinse!», esclama Virgilio mentre abbraccia il poeta viator) e poi la rima ricca Amme:mamme:fiamme (Paradiso, XIV, vv. 62 e 64) che accosta la formula liturgica con cui si chiude ogni preghiera cristiana alla prima parola di un neonato e al lume dello spirito, come se nel lemma “mamma” fossero impressi, al primissimo sillabare, la Voluntas Dei e l’ardore di caritas. Eppure, ad essere sottili, forse in questa straordinaria avventura il viator incontra la madre. Conclusione del viaggio. L’uomo redento si trova davanti ai tre misteri del dogma cristiano: l’unità del molteplice, la Trinità e l’Incarnazione. Nell’ultimo riconosce nel cerchio mediano, quello del Figlio, la nostra effigie. Egli si sforza di comprendere intellettivamente come si convenne/l’imago al cerchio e come vi s’indova, alla stregua di uno studioso di geometria che cerca di risolvere il problema della quadratura del cerchio. All’improvviso, la mente di Dante è colpita da un fulgore, sicché vien meno l’alta fantasia, la vis imaginativa. Ma già volgeva il desiderio e la volontà (non la mente, perché l’intelletto non può appieno comprendere Dio) come su una ruota che si muove a velocità costante l’amor che move il sole e l’altre stelle. Annota Boitani in Dante e le stelle: “Nel porre il soggetto nel verso finale, punto di convergenza e di precipitazione dell’intera frase, Dante è diventato come il sole e le altre stelle. Il suo desiderio è mosso, cioè ricreato da Dio, che allo stesso modo aveva mosso, cioè creato, le stelle all’inizio del poema. Dante, alla fine della Commedia, è diventato una stella”. L’ultimo verso della Commedia, al di là della parola stelle con cui si chiude ciascuna cantica, riporta alla mente i versi del I canto dell’Inferno, Temp’era dal principio del mattino,/e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle/ch’eran con lui quando l’amor divino/mosse di prima quelle cose belle (Inferno, I, vv. 37-40), chiudendo così l’opera in un cerchio perfetto. E la rima stelle:cose belle non è insolita nel “poema sacro”. La prima cantica, per esempio, si conclude in questo modo: salimmo sù, el primo e io secondo,/tanto ch’i’ vidi de le cose belle/che porta il ciel, per un pertugio tondo./E quindi uscimmo a riveder le stelle (Inferno XXXIV, vv.136-139). Il Creato viene inteso come popolato da “cose belle”, e per Dante “cose” vale “creature”. Certo, la visione della Creazione sub specie aesthetica, piuttosto che sub specie ethica, come insegna il Genesi (giusta la formula E Dio vide che era cosa buona, che aprirebbe, però, tutta una discussione sulla traduzione del lemma ebraico tôb che vuol dire “buono”, “utile”, “vero” e “bello” ed è reso in greco anche con kalós), risente della lezione delle Laudes creaturarum di Francesco d’Assisi (l’aggettivo bello assegnato a tutto ciò che dà luce, il Sole, la Luna, le stelle-e la rima con belle-e il Focu). Ma piace pensare che tra quelle “cose belle” ci sia stata la “cosa Bella”, e che Dante, diventando una stella, abbia riabbracciato per un attimo infinito quella madre che non fece a tempo a conoscere, stretto in una danza celestiale, in una musicale ninna nanna che egli riascolterà quando, recuperato il corpo dopo il giudizio della valle di Giosafàt, tornerà ad abbracciare chi rese indimenticabile ogni attimo della vita.

L'autore
: prof. Francesco Paolo Sicolo
Docente di Lettere

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