Il poeta errante

(Tempo di lettura: 2 - 4 minuti)

Si fa un gran parlare di Dante Alighieri ultimamente e il motivo è noto a tutti: ricorre quest’anno il VII centenario della morte del sommo poeta. Tale ricorrenza ha portato a un moltiplicarsi di iniziative per il “Dantedì” lo scorso 25 marzo, data dell’inizio del famoso viaggio ultraterreno del poeta. Per l’occasione anche il papa ha voluto onorare Dante Alighieri con la pubblicazione della Lettera apostolica “Candor lucis aeternae”.

Non è la prima volta che un papa si interessa all’opera del poeta anzi nell’ultimo secolo l’attenzione è stata abbastanza costante, con innumerevoli interventi ai quali papa Francesco fa riferimento nella parte iniziale del documento. Citando Paolo VI il papa tratteggia le motivazioni per cui la voce della Chiesa legittimamente si unisce al coro della commemorazione di Dante Alighieri:

Dante è nostro, possiamo ben ripetere; e ciò affermiamo non già per farne ambizioso trofeo di gloria egoista, quanto piuttosto per ricordare a noi stessi il dovere di riconoscerlo tale, e di esplorare nell’opera sua gli inestimabili tesori del pensiero e del sentimento cristiano, convinti come siamo che solo chi penetra nell’anima religiosa del sovrano Poeta può a fondo comprenderne e gustarne le meravigliose spirituali ricchezze. E tale impegno non esime la Chiesa dall’accogliere anche le parole di critica profetica pronunciate dal Poeta nei confronti di chi doveva annunciare il Vangelo e rappresentare non sé stesso ma il Cristo”.

Nella lettera apostolica papa Francesco propone la vita di Dante come paradigma della condizione umana. Propongo a chi desiderasse leggere il testo di avere sempre sullo sfondo il tema dell’esule e del migrare come chiave interpretativa applicata alla vita e all’opera del poeta. Il tema del migrare è abbondantemente presente con varie sfaccettature nel magistero del pontefice e potrebbe essere la categoria con la quale si è accostato a Dante. Scrive infatti Francesco:

Dante, riflettendo profondamente sulla sua personale situazione di esilio, di incertezza radicale, di fragilità, di mobilità continua, la trasforma, sublimandola, in un paradigma della condizione umana, la quale si presenta come un cammino, interiore prima che esteriore, che mai si arresta finché non giunge alla meta. Ci imbattiamo, così, in due temi fondamentali di tutta l’opera dantesca: il punto di partenza di ogni itinerario esistenziale, il desiderio, insito nell’animo umano, e il punto di arrivo, la felicità, data dalla visione dell’Amore che è Dio”.

A partire dall’esperienza dell’esilio e del migrare del poeta che è cammino esteriore e interiore Dante può essere presentato da papa Francesco come profeta di speranza e cantore del desiderio umano. In questo migrare nella speranza sorretti dal desiderio l’uomo scopre nell’opera letteraria di Alighieri la misericordia di Dio e la dignità suprema della sua libertà.
Gli spunti di riflessione della Candor lucis aeternae sono molteplici e più numerosi di quelli che qui ho brevemente accennato. Spero che sia sorto il desiderio di leggere il testo per intero avendo come chiavi di lettura quella da me precedentemente proposta ma soprattutto le domande che Francesco stesso pone nel documento:

Cosa può comunicare a noi, nel nostro tempo? Ha ancora qualcosa da dirci, da offrirci? Il suo messaggio ha un’attualità, una qualche funzione da svolgere anche per noi? Ci può ancora interpellare?”

perché Dante

Ci chiede piuttosto di essere ascoltato, di essere in certo qual modo imitato, di farci suoi compagni di viaggio, perché anche oggi egli vuole mostrarci quale sia l’itinerario verso la felicità, la via retta per vivere pienamente la nostra umanità, superando le selve oscure in cui perdiamo l’orientamento e la dignità.(…) Il suo è un messaggio che può e deve renderci pienamente consapevoli di ciò che siamo e di ciò che viviamo giorno per giorno nella tensione interiore e continua verso la felicità, verso la pienezza dell’esistenza, verso la patria ultima dove saremo in piena comunione con Dio, Amore infinito ed eterno”.

L'autore
: prof. don Sabino Mennuni
Docente di Religione
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