Il sogno, difesa contro la vita e sentiero di conoscenza

(Tempo di lettura: 6 - 12 minuti)

In un’epoca in cui la dura realtà, le vicissitudini quotidiane, le restrizioni e i limiti alla libertà poco consentono evasioni spaziali, potrebbe forse avere un effetto, direi quasi consolatorio, parlare di una dimensione parallela al nostro essere ed insita nella nostra anima, balsamo rigenerante e purificatore degli orrori o delle delusioni della vita, ma anche potente strumento di immaginazione nella realtà, come nella letteratura e nell’arte in generale: il SOGNO.

Nel 1815, un anno prima della “conversione alla poesia”, Giacomo Leopardi scrive il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, per smascherare le superstizioni delle civiltà passate, poiché” il mondo è pieno di errori, e prima cura dell’uomo deve essere quella di conoscere il vero”. In esso largo spazio è dato all’onirica classica, demolita secondo il tipico atteggiamento razionalistico dei philosophes. Intorno agli anni venti, lo scrittore recanatese testimonia il trauma della modernità e lo definisce come una perdita d’innocenza; il progresso delle scienze e del razionalismo ha precluso una volta per tutte l’ammissibilità di un pensiero ingenuo, ma assieme ad esso si è liberato della felicità connessa alla fiducia nell’immaginazione: “ che bel tempo era quello nel quale ogni cosa era viva secondo l’immaginazione umana e viva umanamente, cioè abitata o formata di esseri uguali a noi (Zibaldone pp. 63 – 64).    Per i moderni è vero solo ciò che è sperimentalmente dimostrabile, il resto appartiene alla dimensione della credulità o, se si vuole, della superstizione.   Ora anche il sogno è costretto a ridefinire la propria essenza, se pretende di salvaguardare la propria validità. La sua natura indeterminata e misteriosa ne fa, del resto, un fenomeno sospetto, e l’affidamento ad esso viene visto ormai come una debolezza da fanciulli.

Nel giro di un’ottantina d’anni (L’interpretazione dei sogni, 1899), l’interpretazione freudiana fornirà dell’esperienza onirica una lettura esatta, volta a purificarla dai residui ermeneutici di tipo folklorico, mitologico o generalmente fantastico.

Il sogno – nell’ottica psicanalitica – non è altro che un’attività della mente, la quale durante la fase REM del sonno produce un’attivazione dei processi vegetativi del corpo, nonché di quelli muscolari e neurofisiologici; un’attività che, dipendendo unicamente dalla sfera dell’affettività, può lasciare una traccia mnesica dopo il risveglio. In assenza di controllo superiore, i sogni si sprigionano liberi e forniscono al dormiente la medesima impressione di oggettività degli accadimenti reali. Un concetto, tra l’altro, esprimibile in termini poetici….

Fiori danzanti sull’acqua
Brindano al tripudio della libertà
In una esplosione di variegati colori.
E’ l’insostenibile leggerezza 
Dell’ESSERE,
il desiderio quasi di librarsi
nell’INFINITO,
senza radicarsi in un prato olezzante 
o sulla Terra Madre,
ma rimanere sospesi
nella trasparenza del più mutevole 
degli elementi primordiali….
Innumerevoli sogni, schierati
E in attesa di immergersi
Nel flusso della vita

Tale materiale nasconde un senso recondito, direttamente connesso all’appagamento di bisogni pulsionali profondi. Ossia il linguaggio onirico è una specie di codice cifrato e simbolico, la cui interpretazione si costituisce come via maestra verso la conoscenza dell’inconscio.  Per citare le parole di Freud: “Il sogno non è l’inconscio; il sogno è la forma nella quale un pensiero scartato dal preconscio, o persino dalla coscienza della vita vigile, ha potuto rifondersi grazie alle favorevoli condizioni create dallo stato di sonno.”
Questa ha continuato a porsi nel tempo come una spiegazione scientifica, positiva, del sogno, eppure, a ben guardare, essa è riuscita a salvaguardare anche numerose intuizioni degli interpreti delle età precedenti: il valore simbolico della produzione onirica, la necessità di una sua decifrazione, la sua centralità nel disvelamento di una verità essenziale alla vita dell’uomo per quanto a lui nascosta. 

La dimensione onirica in Dante  

Parlare del sogno in letteratura può significare parlare della letteratura nel suo complesso. Non a caso, è stata spesso postulata un’identità di fondo tra letteratura e sogno, tra creazione letteraria e attività onirica: sogni e opere letterarie sono accomunati dal fatto di essere entrambi mondi d’invenzione, mettono in discussione la possibilità di stabilire un confine certo tra realtà e immaginazione.  Il sogno introduce insomma una visione allegorica, il cui contenuto è in genere di carattere morale o filosofico. A questo punto, non si può non far riferimento al sommo poeta Dante Alighieri.

Tutta l’opera della Divina Commedia è di fatto frutto di un sogno. Come sappiamo, Dante nel “mezzo” della sua vita inizia il viaggio di pellegrino, teso ad una duplice purificazione: individuale e umanitaria. Viaggio che comincia all’alba, non nell’alba di un giorno qualsiasi, ma del Venerdì Santo, data incerta, ma sicuramente molto significativa. Comincia così il suo cammino all’interno delle tre cantiche: il poeta cade in un sonno profondo che si trasforma in sogno, il sogno del malato penitente che varca la soglia degli inferi con le ansie, le attese e le incertezze per un cammino che già si prevede lungo, faticoso e pieno di ostacoli. E lo fa per salvare la propria anima, aiutato dapprima da Virgilio, che rappresenta la ragione, che lo guida attraverso l’Inferno e il Purgatorio; successivamente, nel Paradiso, lo guida Beatrice, simbolo della fede. La parola “sogno” la troviamo molto spesso nella Divina Commedia, ma a volte Dante gli attribuisce il significato comune della parola, il sogno cioè che si ha quando si dorme; molte altre volte, invece, la parola è utilizzata in senso metaforico.  I più famosi esempi sono, senza ombra di dubbio, i tre sogni profetici che Dante fa sul monte del Purgatorio prima dell’alba, e che dimostrano il volto positivo e divinatorio del sogno.  A intervalli narrativi pressoché regolari – di nove canti in nove (e sarebbe superfluo sottolineare l’importanza del numero, non solo associato a Beatrice nel libello della giovinezza ma altresì strutturante l’Oltremondo dell’Alighieri) – Dante poeta fa sì che Dante viator del secondo regno, impegnato a salire lungo i balzi e le cornici del Purgatorio, ceda in tre occasioni alla stanchezza e, verso l’alba, sogni. (vd.PURG. IX, vv.13 – 33; XIX, vv.7 -33; XXVII, vv.94- 108). 

Il primo dei tre sogni, vissuto dal pellegrino dopo il tramonto mentre sosta, accanto al suo Virgilio e a Sordello da Goito, nella Valletta fiorita riservata ai Principi negligenti, trasfigura, traducendolo in immagini altre, ciò che di fatto sta accadendo a Dante addormentato. Se nel sonno, infatti, egli si sente rapito da un’aquila, alla stregua del mitico Ganimede di cui si era invaghito Giove, e condotto oltre la cocente sfera del fuoco, nella realtà degli accadimenti – contemporanei al sogno e origine di esso – Santa Lucia, sua protettrice, lo solleva e gli consente, superata in un ‘battito d’ala’ la ripida parete che divide il Purgatorio vero e proprio dalla zona antistante, di giungere davanti all’angelo confessore. Così il poeta ci narra il sogno, che gli verrà poi spiegato da Virgilio:

Ne l’ora che comincia i tristi lai
la rondinella presso a la mattina,
forse a memoria de’ suo’ primi guai,

e che la mente nostra, peregrina
più da la carne e men da’ pensier presa,
a le sue visïon quasi è divina,

in sogno mi parea veder sospesa
un’aguglia nel ciel con penne d’oro,
con l’ali aperte e a calare intesa;

ed esser mi parea là dove fuoro
abbandonati i suoi da Ganimede,
quando fu ratto al sommo consistoro.

Fra me pensava: ‘Forse questa fiede
pur qui per uso, e forse d’altro loco
disdegna di portarne suso in piede’.

Poi mi parea che, poi rotata un poco,
terribil come folgor discendesse,
e me rapisse suso infino al foco.

Ivi parea che ella e io ardesse;
e sì lo ’ncendio imaginato cosse,
che convenne che ’l sonno si rompesse.

(Purgatorio, IX, vv. 13-33) 

I sogni del Purgatorio sono collegati con la realtà, anticipano quello che avverrà nelle fasi successive del viaggio, ma non si limitano soltanto a preannunciare il futuro e il loro autore cerca in tutti i modi di indurci a pensare che siano inviati da Dio: si svolgono all’alba, sono collegati a particolari condizioni astronomiche, prevedono ciò che accadrà, anche se, nel linguaggio criptico proprio del sogno, utilizzano anche il passato. Il Purgatorio può essere la sola cantica in cui a Dante succeda di addormentarsi; e questo ha a che fare con la presenza di una temporalità terrestre, assente nelle altre due cantiche, nelle quali la dimensione di eternità esclude sia il sonno che il sogno. Durante questi sonni Dante sogna sempre. Ciò accade in tre momenti diversi dell’ascesa verso la cima della montagna e, in tutti e tre i casi, avvengono prima dell’alba perché come anticipato nel canto XXVI dell’Inferno, «presso al mattin del ver si sogna».
 Per di più, Dante non è nuovo all’utilizzo di sogni all’interno di una narrazione, come dimostrano i numerosi sogni della Vita Nuova, che sono parte sostanziale e decisiva della narrazione poetica e del suo senso allegorico e parabolico.   Opera misteriosa e inafferrabile, scritta nel periodo giovanile (1292 – 93), la Vita Nuova narra dell’incontro con Beatrice e degli sconvolgimenti interiori di Dante seguiti a tale evento, fino agli effetti rivoluzionari che ciò ebbe sulla sua poetica. Dopo la seconda apparizione di Beatrice e il saluto rivolto da questa a Dante, si racconta come a lui giunga in sogno una visione, di gusto simbolico oltre che semplicemente allegorico, nella quale Amore nutre l’amata con il cuore ardente del poeta, costringendolo per sempre nello stuolo dei propri seguaci (vd. Dante Alighieri, Vita Nuova, III):

3. E pensando di lei, mi sopragiunse uno soave sonno, ne lo quale m’apparve una maravigliosa visione: che me parea vedere ne la mia camera una nebula di colore di fuoco, dentro a la quale io discernea una figura d’uno segnore di pauroso aspetto a chi la guardasse ; e pareami con tanta letizia, quanto a sé, che mirabile cosa era; e ne le sue parole dicea molte cose, le quali io non intendea se non poche; tra le quali intendea queste: «Ego dominus tuus». 4. Ne le sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in uno drappo sanguigno leggeramente; la quale io riguardando molto intentivamente, conobbi ch’era la donna de la salute, la quale m’avea lo giorno dinanzi degnato di salutare. 5. E ne l’una de le mani mi parea che questi tenesse una cosa la quale ardesse tutta, e pareami che mi dicesse queste parole: «Vide cor tuum». 6. E quando elli era stato alquanto, pareami che disvegliasse questa che dormia; e tanto si sforzava per suo ingegno, che le facea mangiare questa cosa che in mano li ardea, la quale ella mangiava dubitosamente. 7. Appresso ciò poco dimorava che la sua letizia si convertia in amarissimo pianto; e così piangendo, si ricogliea questa donna ne le sue braccia, e con essa mi parea che si ne gisse verso lo cielo; onde io sostenea sì grande angoscia, che lo mio deboletto sonno non poteo sostenere, anzi si ruppe e fui disvegliato. 8. E mantenente cominciai a pensare, e trovai che l’ora ne la quale m’era questa visione apparita, era la quarta de la notte stata; sì che appare manifestamente ch’ella fue la prima ora de le nove ultime ore de la notte. 9. Pensando io a ciò che m’era apparuto, propuosi di farlo sentire a molti li quali erano famosi trovatori in quello tempo: e con ciò fosse cosa che io avesse già veduto per me medesimo l’arte del dire parole per rima, propuosi di fare uno sonetto, ne lo quale io salutasse tutti li fedeli d’Amore; e pregandoli che giudicassero la mia visione, scrissi a loro ciò che io aveva nel mio sonno veduto. 10. E cominciai allora questo sonetto, lo quale comincia: A ciascun’alma presa.

Tra le rappresentazioni artistiche sul tema del sogno, mirabile il dipinto “Il sogno di Dante” di Dante Gabriel Rossetti, non a caso artista dell’’800: esso raffigura il sommo poeta, in piedi, davanti al letto dove giace Beatrice morente mentre stringe la mano di un angelo dal vestito rosso, chinata per dare l’ultimo bacio a Beatrice. Ai lati vi sono due figure femminili in abito verde, che reggono un drappo di stoffa con il quale coprono il corpo di Beatrice. Lo sguardo di Dante, dal quale traspare una profonda tristezza e malinconia, è esclusivamente rivolto verso la donna amata. Sul pavimento sono sparse delle rose che simboleggiano l’amore verso Beatrice.

L’attrazione di un certo Romanticismo europeo per il fantastico, l’irrazionale e l’indefinito recupererà, infatti, dopo la pausa razionalistica dell’Illuminismo, il valore dell’onirico, interpretandolo ora come correlativo simbolico della realtà, ora come strumento privilegiato di conoscenza.  I sogni, se da una parte esprimono l’interesse per l’interiorità e per gli aspetti irrazionali dell’animo umano, dall’altro rappresentano un’esperienza quasi mistica di approssimazione all’assoluto, un viaggio iniziatico alla ricerca delle vere radici dell’io.
“Mi sembra che il sogno sia una difesa contro la regolarità e abitudinarietà della vita, un libero svago della fantasia impastoiata, in cui essa scompiglia tutte le immagini della vita e interrompe la costante serietà degli adulti con un lieto gioco da bimbi. Senza i sogni certamente invecchieremmo più presto” (Novalis).

L'autore
: prof.ssa Giuseppina Cucinella
Docente di Lettere

Back to Top