La Liberazione, i manifesti e la Storia

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Ho voluto lasciar passare la festa della liberazione, con tutto il suo strascico di parole (e purtroppo non di cortei, visto il momento), prima di provare a rispondere ad un piccolo interrogativo: ma sappiamo davvero cosa stiamo facendo?

Conosciamo il significato della ricorrenza appena trascorsa? Crediamo davvero alla necessità di celebrare un momento di svolta nella storia del nostro Paese? Oppure si festeggia il 25 aprile perché bisogna farlo, perché si occupa un ruolo istituzionale che lo impone, perché, altrimenti, chissà la gente che dice?

Chiariamo subito un po’ di cose. Il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia (CLNAI) proclamò l’insurrezione generale contro i nazifascisti, al grido di “arrendersi o perire”, come disse Sandro Pertini (l’ex presidente, che era uno dei capi della Resistenza nelle Brigate Matteotti, in rappresentanza del PSIUP). Nel giro di pochi giorni i tedeschi capitolarono e il 29 aprile fu firmata la resa: la guerra in Italia era finita. Da quel momento si iniziò a parlare di ricostruzione dello Stato devastato da vent’anni di dittatura, cinque di guerra e 18 mesi di guerra civile. A partire da quel giorno si può datare la storia di quella che l’anno successivo diventerà la Repubblica italiana, dopo il referendum del 2 giugno 1946. Un anno e mezzo dopo, il 1 gennaio del 1948 entrerà in vigore la Costituzione, completando il processo di rinascita italiano.

Leggendo queste poche righe molti di voi avranno pensato: lo sanno tutti...
Non vorrei deludervi, ma non è così. Certo, la base statistica per affermarlo non è così estesa, ma due indizi cominciano ad essere una prova. Provo a spiegarmi. 

Manifesto Barletta

Primo indizio. Barletta è una città capoluogo di provincia, decorata con la medaglia d’oro al merito civile e con la medaglia d’oro al valor militare perché teatro di una delle prime stragi naziste dopo l’8 settembre 1943 (tolgo dall’imbarazzo qualcuno: l’8 settembre è il giorno in cui fu reso pubblico l’armistizio dell’Italia con gli Alleati angloamericani che sanciva il passaggio di schieramento e rendeva i tedeschi nostri nemici). Il 12 settembre soldati della Wermacht uccisero 12 civili inermi e ne ferirono gravemente un tredicesimo: è quello che i libri ricordano come l’eccidio di Barletta. Dopo l’episodio la città fu occupata dalle truppe tedesche fino al 24, quando le truppe lasciarono la città spostandosi verso Nord.
Barletta dovrebbe avere precisa memoria di quei giorni e di quegli avvenimenti che, però, a giudicare dal manifesto affisso in città nei giorni scorsi, forse non sono mai avvenuti. Leggete il manifesto con attenzione: la data della liberazione è retrodatata al 25 aprile 1943, quattro mesi e mezzo prima dell’inizio della guerra civile e dell’eccidio. Refuso, grande scoperta storica o semplice ignoranza? Io opterei per colpevole distrazione, che forse è peggio.

Manifesto Canosa

Secondo indizio. Canosa di Puglia è una cittadina in provincia di Barletta-Andria-Trani, decorata con la medaglia di bronzo al merito civile perché teatro di un pesante bombardamento il 6 novembre 1943, che provocò 57 vittime, dopo il quale la popolazione “si prodigò in una generosa gara di solidarietà in aiuto dei superstiti e dei senza tetto, dando prova d'elette virtù civiche e grande spirito d’abnegazione”, come recita la motivazione. Anche a Canosa dovrebbe essere viva la memoria di quel tragico periodo e l’orgoglio per la libertà conquistata dal Paese un anno e mezzo dopo, ma, a giudicare dal manifesto affisso in città nei giorni scorsi, il 25 aprile non si festeggia la liberazione. Leggete il manifesto con attenzione: ciò che festeggiamo a Canosa è il 76esimo anniversario della Festa della Liberazione (e, tra parentesi, fanno la stessa cosa anche a Barletta, rileggete tutto il manifesto). Cioè, tipo: abbiamo fatto la guerra per fare una festa nel caso ci fosse stata una liberazione? Tra l'altro il 25 aprile stavano combattendo, mica festeggiando... Refuso, grande scoperta storica o semplice ignoranza? Io opterei anche qui per colpevole distrazione, che forse è peggio.

É peggio perché rivela la sufficienza con cui si vivono questi momenti fondamentali nella storia di uno Stato, atteggiamento che è la spia dell’assenza di una seria formazione storica. Certo, perché la storia è una materia inutile, non mi servirà in futuro, io farò un altro lavoro, è un insieme di date difficili da ricordare, perché devo studiarla? Poi, per caso, diventi sindaco, o assessore, o preside, o dirigente dell’ufficio scolastico regionale (cercate in rete: ce n’è uno che anche in questa ricorrenza ha fatto sfoggio di conoscenza storica in maniera quantomeno maldestra) e ti trovi a sproloquiare intorno all’importanza della memoria storica, della conoscenza che fa sì che certi fatti non si ripetano, a gonfiare il petto con orgoglio in quanto figlio di cotanti padri resistenti e poi costituenti.

Se vi scappa un amaro sorriso non vergognatevi, pensate solo che i ragazzi cresciuti in una scuola che non forma persone complete, che elimina progressivamente lo studio della storia, ma anche del latino, del greco, della filosofia, persino della letteratura italiana (e poi, quest’anno, tutti esperti di Dante), poi possono diventare sindaci, assessori, dirigenti, ministri, col potere di decidere che non è un problema retrodatare un evento storico o festeggiare una ipotetica festa della festa della liberazione. E, purtroppo, col potere di decidere anche tutto il resto.

Sommessamente.

L'autore
prof. Sabino Pastore
: prof. Sabino Pastore
Docente di Filosofia e Storia
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