La trattativa

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La trattativa è sempre stata uno dei temi centrali nei discorsi sul caso Moro, sia durante i 55 giorni del sequestro, sia dopo l’assassinio per cercare di capire se si sarebbe potuto fare qualcosa per ottenere la liberazione del presidente della Democrazia Cristiana.

Recentemente ho riletto parte delle audizioni e delle testimonianze rilasciate dinanzi alla prima Commissione Moro (e i ringraziamenti di tutti quelli che si occupano di storia contemporanea vanno all’onorevole Gero Grassi che ha pubblicato online una mole immensa di atti e di documenti, consentendone la consultazione comodamente dal proprio studio), concentrandomi in particolare su quelle dell’onorevole Craxi, allora segretario del Partito Socialista e dell’avvocato Guiso.

Giannino Guiso, sardo, iscritto al Partito Socialista italiano, era l’avvocato difensore di alcuni appartenenti alle Brigate Rosse nel processo che in quei primi mesi del 1978 si stava tenendo a Torino. Gli assistiti di Guiso erano esponenti di primo piano dell’organizzazione eversiva: in particolare l’avvocato curava la difesa di Renato Curcio e di Alberto Franceschini, due dei fondatori delle BR e capi storici del gruppo.

Moro, lo sappiamo, fu sequestrato il 16 marzo 1978. Dopo una settimana, il 23, apparve sul quotidiano il Giorno una affermazione dell’avvocato Guiso, nella quale si dichiarava disponibile come mediatore per un contatto con i brigatisti in carcere per provare a capire cosa poteva essere fatto per liberare Moro. Craxi nella sua audizione dichiara:

Ricordo che […] venne a parlarmi il prof. Giuliano Vassalli, che era amico in particolare di Moro, come mi disse, da molti anni, da quarantanni, il quale mi chiese di valutare, se attraverso la strada dell’avvocato Guiso era possibile raggiungere qualche risultato. Ricordo che risposi favorevolmente all’onorevole Vassalli e diedi disposizioni perché l’avvocato Guiso fosse preavvertito.

Siamo agli inizi di aprile. Non dimentichiamo che solo il giorno 29 di marzo, con la diffusione del comunicato numero 3 delle BR, si ebbe la certezza che il presidente fosse vivo, perché insieme al comunicato i terroristi recapitarono una lettera autografa di Moro, indirizzata all’allora ministro degli Interni Francesco Cossiga. Da questo momento l’idea di una trattativa per risolvere in modo incruento il sequestro può essere realisticamente considerata. Guiso dichiara che Craxi gli chiese di provare a parlare con i brigatisti detenuti per vedere cosa si potesse fare e come andassero interpretati i comunicati delle BR.

A questo punto la deposizione di Guiso inizia a farsi interessante: il presidente gli chiede da quali elementi derivava il convincimento che la liberazione di Moro sarebbe potuta avvenire in seguito a scelte determinate dello Stato. Giannino Guiso si era sempre detto convinto che il sequestro si sarebbe risolto positivamente, con la liberazione del prigioniero e durante l’audizione replica:

[…] il sequestro doveva necessariamente avere due strategie. La prima era quella del processo come costante, del processo ad Aldo Moro come personaggio rappresentante del partito democristiano, quindi come rappresentante del potere democristiano, processo e liberazione di Aldo Moro dietro, ovviamente, una contropartita. La seconda, invece, era quella del processo ad Aldo Moro e, come ipotesi sussidiaria, la soppressione di Aldo Moro; è chiaro che chi compie un’azione di quel tipo non poteva non rappresentarsi in effetti due strategie, ma stava a noi, attraverso il nostro comportamento, di fare sì che l’ipotesi sussidiaria non si verificasse, e si verificasse invece la prima: la liberazione di Aldo Moro.

Guiso riferisce perfettamente il punto di vista politico e strategico dei sequestratori, come derivava dai colloqui con Curcio e Franceschini, che, pur essendo in carcere, conoscevano perfettamente il modo di ragionare e di operare dei loro compagni: le BR si consideravano un esercito rivoluzionario, in guerra con lo Stato, e chiedevano la legittimazione politica della loro lotta. Il sequestro, dunque, era stato fatto per ottenere una contropartita politica.

In questa fase si verifica un fatto curioso: la lettera autografa inviata da Moro a Cossiga il 29 marzo subito viene considerata dai commentatori dei giornali e dagli stessi appartenenti alla DC non attendibile, lo stesso ministero degli Interni assunse questa posizione. Si disse, in ordine sparso, che Moro aveva scritto sotto dettatura (e questo lo si capiva da autorevoli perizie calligrafiche), che era in uno stato di prostrazione fisica e mentale, che era sotto l’effetto di droghe e altre amenità del genere. In realtà quella lettera è fondamentale per una serie di motivi, primo fra tutti il fatto che fosse stata inviata, dimostrazione che le BR volevano che il mondo politico ascoltasse il sequestrato. É importante anche perché è la lettera in cui Moro coinvolge tutto il suo partito (“In verità - scrive Moro - siamo tutti noi del gruppo dirigente che siamo chiamati in causa ed è il nostro operato collettivo che è sotto accusa e di cui devo rispondere”), in cui chiarisce il rischio che gli siano estorte informazioni vitali (“sono in questo stato […] con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole o pericolosa”), in cui accenna alla ragion di Stato (“la dottrina per la quale il rapimento non deve recare vantaggi, discutibile già nei casi comuni, dove il danno del rapito è estremamente probabile, non regge in circostanze politiche, dove si provocano danni sicuri e incalcolabili non solo alla persona, ma allo Stato”), in cui prova a dare consigli su come muoversi (“Penso che un preventivo passo della S. Sede (o anche di altri? Di chi?) potrebbe essere utile”).

La lettera deve essere considerata fondamentale anche perché, secondo l’avvocato Guiso, qualche giorno prima della sua diffusione, Curcio, rispondendo alla sua domanda su come si poteva iniziare un dialogo, una trattativa, disse: “l’importante è dialettizzarsi con Moro”.La parola “dialettizzarsi” è quantomeno bizzarra, ma sembra il segnale di come le BR volessero ottenere un riconoscimento politico non solo processando Moro, ma anche, attraverso i suoi contatti con l’esterno, negoziando una soluzione diversa da quella che, purtroppo, conosciamo.

L’altro momento in cui si conferma la possibilità di condurre una trattativa per la liberazione di Moro cade il 24 aprile, quando sono trascorsi 39 giorni dalla data del sequestro. Nel comunicato numero 8 le BR dicono chiaramente che per la liberazione di Moro serve l’immediata scarcerazione di 13  militanti del partito armato (anche di altre sigle terroristiche del tempo). Nelle settimane precedenti l’avv. Guiso aveva continuato i suoi colloqui con i brigatisti in carcere e i partiti politici si erano tutti schierati sul fronte della fermezza, come si disse. Tutti tranne il Partito Socialista, che fu per tutto il tempo favorevole a quella che chiamavano “iniziativa umanitaria". Dalla deposizione di Guiso si comprende che i termini della questione erano chiari già da qualche giorno, sin dal 15 aprile, quando il comunicato numero 6 dichiarava concluso il processo fatto dalle BR a Moro prigioniero:

Le responsabilità di Aldo Moro sono le stesse per cui questo Stato è sotto processo. La sua colpevolezza è la stessa per cui la DC ed il suo regime saranno definitivamente battuti, liquidati e dispersi dalle iniziative delle forze comuniste combattenti. Non ci sono dubbi.
ALDO MORO E' COLPEVOLE E VIENE PERTANTO CONDANNATO A MORTE.

Guiso ricorda che andò in carcere a chiedere conto del significato di quel comunicato a Curcio, che aveva sempre sostenuto che la trattativa era possibile. Come si poteva conciliare un dialogo con una condanna a morte?

[…] parlando di questa condanna mi disse che era una condanna simbolica, che era la condanna di una classe, che il processo proletario non poteva concludersi diversamente. Che la trattativa potesse avanzarsi e farsi, era già detto nel comunicato numero 5, dove affermano che nessuna trattativa segreta sarebbe stata accettata dalle Brigate rosse. […] Curcio mi disse che l’organizzazione da quel momento aveva terminato il suo processo politico e che quindi ormai rimaneva alla controparte di fare una proposta; perché l’organizzazione eversiva ormai aveva terminato praticamente quella che era la prima parte politica

La vittoria politica, dal punto di vista delle BR, era stata ottenuta: erano riusciti a colpire lo Stato in uno dei suoi esponenti principali, lo avevano processato e condannato. Eseguire la condanna, però, poteva avere effetti disastrosi per la stessa organizzazione: le BR erano, a loro modo, una struttura democratica e all’interno c’erano molti che non pensavano che uccidere Moro fosse una mossa giusta. Lo Stato avrebbe reagito, lo sdegno popolare avrebbe potuto rendere meno efficace la rete di connivenze e coperture che consentiva loro di vivere in clandestinità, sarebbe cambiato tutto. Ancora Guiso, nella sua deposizione:

Le Brigate rosse, una volta esaurito il processo politico, dovevano gestire la liberazione di Moro. Per gestire cioè la liberazione dell'onorevole Moro avevano bisogno di qualcosa che potesse loro in termini politici giustificare la liberazione stessa. E questo qualcosa poteva essere un fatto qualsiasi; anche un atto autonomo dello Stato. […] se la Democrazia cristiana avesse assunto una sua iniziativa probabilmente si sarebbe arrivati comunque ad una trattativa che avrebbe consentito alle Brigate rosse una gestione politica della liberazione dell’onorevole Moro. […] A me pare che la conferma di questa situazione si ha alla fine, quando il 30 aprile arriva quella telefonata e si invita la DC a fare delle dichiarazioni pubbliche per poter loro consentire la liberazione del prigioniero. Cioè, in effetti, le BR cercavano un pretesto per gestire politicamente la liberazione di Aldo Moro. 

Guiso si riferisce alla telefonata che il 30 aprile Mario Moretti fece a casa Moro. Moretti era, in quel momento, il capo delle BR e colui che gestiva il sequestro Moro con altri tre compagni, Adriana Faranda, Valerio Morucci e Barbara Balzerani. Era l’uomo che leggeva gli scritti di Moro e decideva quali diffondere e quali no, quello che lo interrogava durante il processo, insomma il personaggio più vicino all’onorevole in quei 55 giorni. Intorno alle 16.30 di quel 30 aprile squillò il telefono di casa Moro e rispose la moglie dell’onorevole, Noretta, come la chiamava nelle lettere. Morucci, nella concitazione della telefonata pensò di parlare con la figlia di Moro. Il messaggio non poteva essere più chiaro:

[…] abbiamo già preso una decisione. Nelle prossime ore non potremo fare altro che eseguire ciò che abbiamo detto nel comunicato numero 8. Quindi chiediamo solo questo: che sia possibile un intervento di Zaccagnini, immediato e chiarificatore in questo senso. Se ciò non avviene, rendetevi conto che non potremmo fare altro che questo. Mi ha capito esattamente? […] Il problema è politico, quindi a questo punto deve intervenire la DC. Abbiamo insistito moltissimo su questo, è l’unica maniera in cui si possa arrivare eventualmente a una trattativa. Se questo non avviene… […] solo un intervento diretto, immediato e chiarificatore, preciso di Zaccagnini (al tempo segretario politico della DC, ndA) può modificare la situazione. Noi abbiamo già preso una decisione, nelle prossime ore accadrà l’inevitabile.

Oggi sappiamo che quell’intervento autorevole della DC non ci fu e qualche giorno dopo, il 5 maggio, fu diffuso il comunicato numero 9, quello del famoso gerundio:

Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato.

Su quell’eseguendo sono state scritte migliaia di pagine. Quello che possiamo osservare oggi è che dal comunicato all’uccisione di Moro passano cinque giorni. Secondo la deposizione di Guiso

anche i ritardi che ci sono stati tra l’«eseguendo» e la reale esecuzione è stata un'attesa che […] non trova delle ragioni politiche precise. Cioè ci fu un’attesa sino al 9 maggio, ci fu un periodo morto, che non aveva senso, se non proprio con quella speranza anche da parte di questo gruppo di brigatisti dissidenti o non dissidenti […] una libertà provvisoria concessa ad un detenuto politico avrebbe salvato la vita ad Aldo Moro […] io credo che a questo punto non si possa non pensare che l’ipotesi della soppressione di Aldo Moro non fosse una ipotesi sussidiaria e direi quasi necessitata dalla linea politica che avevano scelto, da un vicolo cieco nel quale si erano infilati, perché praticamente, anche in quell’occasione, ci sarà stato senz’altro qualcuno che avrà detto di lasciarlo ugualmente andare ed è lì che è capitato lo scontro fra l’ala militarista e l’ala più umanitaria anche senza contropartita; ma c’è stata un'altra frangia, militarista e decisa, che non ha accettato questa soluzione umanitaria e ha ordinato, ha eseguito la sentenza nei confronti dell'onorevole Moro.

E ancora, più avanti nella deposizione:

Noi avevamo avuto la sensazione che ad un certo punto, terminato il processo, terminata la condanna, le Brigate rosse si trovassero in una situazione di stallo, per cui bisognava creare un qualcosa per dare loro la possibilità di gestire la liberazione di Moro in termini politici.

Capisco che questo breve e sicuramente non esaustivo racconto possa lasciare un po’ di amaro in bocca. Comprendo il disagio che può nascere leggendo dichiarazioni che mostrano le BR come un legittimo interlocutore di uno Stato sovrano e non come un gruppo sovversivo che quello Stato voleva abbattere utilizzando metodi terroristici come il sequestro di persona e l’omicidio. A distanza di più di quarant’anni, però, possiamo capire che forse l’unico modo per poter ottenere la liberazione di Moro era quello di parlare proprio con quelli che allora erano i nemici, correndo il rischio, ovviamente, di legittimarli.

La storia ci dice che alla fine ha vinto lo Stato, anche se lungo il percorso che ha portato alla vittoria ha dovuto lasciare una Renault 4 rossa con il cadavere di Aldo Moro. Ciò che fa più rabbia è che, forse, non abbia fatto nulla per evitarlo. 

L'autore
prof. Sabino Pastore
: prof. Sabino Pastore
Docente di Filosofia e Storia
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