Per non dimenticare i femminicidi del dopoguerra

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 25 aprile, proclamato Giorno della Liberazione, liberazione dell’Italia dal regime nazifascista; un'Italia, però, ancora soggiogata dall’odio e dalla violenza, mali inflitti soprattutto verso donne innocenti che si sono fatte martiri.

È strano pensare che dopo tanto sangue versato in guerra,  alcuni partigiani, che avevano combattuto per la liberazione, siano stati  in grado di continuare a spargerne ancora, per cieco furore ideologico, colpendo quelle povere donne che, indifese, hanno dovuto subire i loro soprusi. Molte le cause scatenanti una tale e inaudita violenza: l’ignoranza, la sete di vendetta e l’emancipazione delle donne che disturbava la depravazione mentale del sesso maschile. Donne derubate della propria libertà, dei sogni e del futuro dopo i disastri della guerra appena finita.
Tante sono le testimonianze che raccontano la violenza e la tragica fine subita da tali donne, perché presunte collaboratrici e spie dei nemici, amanti e fidanzate di soldati fascisti, o semplicemente perché lavoravano al servizio di quelle famiglie sostenitrici del duce. Donne forti, capaci di subire in silenzio,trovando coraggio,nel loro senso morale e nell’adesione ai valori  della famiglia e del lavoro. A farci scoprire le loro storie sono stati Michela Ponzani con il il suo "Guerra alle donne" e Gianpaolo Pansa da "Bella ciao" a "La repubblichina".
Un esempio è la giovane diciasettenne Giuseppina Ghersi, studentessa, dichiarata colpevole di aver collaborato con i fascisti, solo perché la sua insegnante, per premiare il tema da lei scritto, lo aveva inviato a Benito Mussolini che apprezzò molto. Questo gesto portò la giovane donna ad essere cosparsa di vernice rossa, con una M disegnata sul volto, e, sfilando per le strade, resa oggetto di derisione; successivamente violentata, uccisa e gettata in un mucchio di cadaveri nei pressi del cimitero del paese.
Iolanda Dobrilla, accusata ingiustamente di spionaggio, poiché conosceva il tedesco e lavorava come interprete nella caserma tedesca presso Velletri, venne colpita da una bomba a mano, e il suo corpo dilaniato fu dato in pasto ai maiali.
Un’altra studentessa, in lettere e filosofia presso l’università di Bologna, Norma Cossetto, condannata a ripetuti stupri, anche in punto di morte, quando stava per essere gettata viva nella foiba carsica; colpevole di essere figlia di un noto esponente del Partito Nazionale Fascista. 
Svariate furono le violenze subite, fisiche e psicologiche: dai capelli rasati alle violenze sessuali, dall’essere stese su letti di chiodi e poi calpestate, all’essere bruciate vive o appese e impiccate ad un albero, come Jolanda Crivelli, giovane ausiliaria della Saf, vedova di un ufficiale fascista, che il 26 aprile del 1945, di ritorno nel suo paese d’origine, Cesena, per incontrare la mamma sola, venne da un gruppo di partigiani, prima percossa, denudata, sputata e trascinata per le strade, alla fine fucilata e appesa ad un albero, dove restò per ben due giorni, esposta come fosse un trofeo; era un avvertimento per i fascisti.

Il ricordo  del 25 aprile deve essere necessariamente associato al sacrificio costato a tutte quelle donne che sono state vittime di gratuita violenza, perché siano  onorate nella memoria.

 

 

L'autore
: Elisabetta Miracapillo
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