Il poeta Orazio e una storia di carta lunga quattro secoli - II parte

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È  quel Settecento illuminista europeo drammaticamente lacerato fra gli ultimi giorni degli anciens régimes e l’ascesa inarrestabile delle democrazie borghesi/liberali che idolatra Orazio.

È il secolo in cui Orazio penetra persino nella Russia zarista di Pietro il Grande e varca anche l’Atlantico per approdare in un’America funestata dalla Rivoluzione grazie proprio a un rivoluzionario (al poeta-soldato John Parke) che lo traduce per George Washington e trasforma i personaggi oraziani in eroi della rivoluzione.
Perché, dunque, questo feeling fra Orazio e il secolo dei lumi? Cercherò di spiegarvelo in breve. 
La mitizzazione di Orazio nel Settecento si nutre di ragioni letterarie, sociali, di costume e persino politiche. Il Settecento illuminista e sensista che permea i ceti colti di tutta Europa, trova in Orazio il poeta dei sensi e della ragione, dell’utile e del dolce, il poeta della misura. Trova insomma nella sua poesia quella che era la concezione dell’arte dominante nel secolo: “l’arte è un sogno che si fa in presenza di ragione”. 
Il Settecento chiede alla poesia di Orazio di contribuire al recupero del decoro letterario scempiato dall’esuberanza barocca; al recupero del “buon gusto”, come si disse; gli chiede di farsi vate del moralismo della borghesia emergente e della sua visione intima, operosa e positiva della vita, quella che sembra racchiusa nella celebre autorappresentazione oraziana del ‘porcellino del gregge d’Epicuro’, che vive nascondendosi. 
Il Settecento filonapoleonico chiede alla poesia filoaugustea di Orazio (si pensi al Carmen Saeculare: un inno alla Roma ormai regina del mondo) di nutrire la fitta schiera di poeti che celebrano la vanità imperialistica di Napoleone. Il Settecento elegge infine Orazio a mito mondano, galante e persino erotico dei salotti: l’Orazio ‘lezioso’ «da cantare alla spinetta con la dama» (come si disse), ingrediente della cultura frivola del cicisbeo; esca infallibile per la femme savante (per la dama colta), incline alla trasgressione culturalmente raffinata. Non a caso Giacomo Casanova lo chiama “mon ami Horace”, mentre il severo abate Parini infastidito scrive che “La Moda impone ch’Arbitro o Flacco a un bello spirto ingombri spesso le tasche” (insomma che nelle tasche del cicisbeo ci siano il Satyricon di Petronio e i Carmi di Orazio). 
Vorrei presentarvi un singolare libro uscito nel 1728, intitolato Les amours d’Horace, opera del francese Pierre Joseph de la Pimpie, chevalier de Solignac. A parte l’immediata eloquenza del titolo (Les amours d’Horace) che fa di Orazio un personaggio da gossip, il senso dell’opera è tutto nella splendida incisione a piena pagina sull’antiporta, che raffigura Orazio adagiato sotto un arancio piantato in un cratere con a fianco una fanciulla. Entrambi hanno la chioma incipriata e vestono abiti settecenteschi, mentre sullo sfondo sfila una processione di satiri e amorini. Le fogge e gli atteggiamenti di Orazio e della fanciulla alludono velatamente ai rapporti fra Madame de Pompadour e Luigi XV. Ma è soprattutto ammaliante l’epigrafe in calce, che condensa icasticamente tutto l’Orazio settecentesco: «La Lira, la Virtù, il Vino et la Tenerezza di Orazio si dividono in parti eguali il tempo libero. Felice è chi, come lui, sa legare la saggezza col piacere». È il trionfo dell’Orazio maestro di ben vivere che, come ho già detto, anima la sua fortuna settecentesca. 
Sono nel Settecento accaniti lettori, imitatori, parodisti, traduttori di Orazio scrittori del calibro di Pope, Swift, Voltaire, Rousseau, Metastasio, Baretti, Algarotti, per non citare che i maggiori. Orazio incarna, insomma, nel Settecento la summa di quella morale europea ottimisticamente protesa verso le “magnifiche sorti e progressive” della ragione, celebrate da Terenzio Mamiani e censurate da Leopardi. 
Ora, è proprio questa idolatria per Orazio a scatenare nel Settecento una frenetica competizione fra collezionisti, antiquari, investitori in beni culturali di tutta Europa: tutti smaniosi di allineare, a qualunque prezzo, sugli scaffali delle loro biblioteche la prima edizione delle sue opere. Insomma, un vero contagio europeo di “libridine” oraziana, per usare un colorito termine coniato da Umberto Eco. 
Frattanto vorrei riparlarvi brevemente di musica. In pieno Settecento lavorano al Carmen saeculare oraziano un filologo francese (Noel Etienne Sanadon) e un famoso letterato italiano (Giuseppe Baretti): in Inghilterra. Nelle loro mani quell’inno alla grandezza di Augusto e della Roma imperiale diventa un vero e proprio oratorio profano, disponibile alla trasposizione musicale e, soprattutto, ad appagare il gusto del pubblico inglese per l’oratorio di ascendenza haendeliana. La partitura musicale viene affidata allo scozzese (ma francese di adozione) François Philidor. Divisa in quattro parti precedute da una ouverture a due temi e da un prologo modulato come recitativo, l’esecuzione è affidata alla tromba, al corno, al flauto, all’oboe, al violino, alla viola e al fagotto, mentre la parte vocale è costituita da soprano, contralto, tenore, basso. Fu un successo. Accanito giocatore di scacchi e dunque sempre bisognoso di danaro, il Philidor vendette la partitura nientemeno alla zarina Caterina di Russia. Ma il suo vizio ingoiò subito anche questo successo. 
Ma torniamo alla grande editoria settecentesca. All’inizio degli anni trenta del secolo un incisore inglese, John Pine, lancia una sottoscrizione per finanziare il suo audace proposito di editare un Orazio totalmente inciso su rame. Al suo appello rispondono tante teste coronate d’Europa: i sovrani di Francia, Spagna Portogallo, il Granduca di Toscana, il Principe di Galles, i principi delle Asturie, e ovviamente i sovrani d’Inghilterra. Il suo Orazio sbancò, al punto che, appena uscito, venne affidata a Pine l’incisione della tappezzeria della Camera dei Lord. In questa straordinaria iniziativa verbo-figurativa che Pine dedica a Orazio, celebrata come il più elegante dei libri inglesi del Settecento, si concentrano tutte le ragioni del riuso settecentesco di Orazio in terra britannica, a cominciare dal bisogno di legare la sua lirica ad una cultura visuale sensistico-razionalistica che prediligeva il vedutismo soffuso di una campagna intrisa di ‘aurea mediocritas’ e dell’epicureo «vivi nascondendoti», e amava la rappresentazione ‘leziosa’ di una società eticamente vocata all’oraziano «miscere utile dulci», ma desiderosa di prendere le distanze da quell’ “utile” che l’imperante produttivismo capitalistico aveva consacrato come religione sociale.
Anche l’Orazio che vent’anni dopo l’editore William Sandby dedica a Giorgio, principe di Galles, è accolto come il più bel monumento tipografico del Settecento da bibliofili e filologi, per la qualità del testo, della carta, e soprattutto per i 35 gioielli dell’arte incisoria inglese disseminati in forma di cammei nelle sue pagine. Ma il pezzo forte dell’edizione è la splendida antiporta che riproduce un frammento di affresco realizzato a Roma nel 1737 sui ruderi del palazzo di Augusto (poi Orti Farnesiani), raffigurante una scena ispirata da alcuni versi di Orazio che inneggiano ad Augusto e al suo stretto entourage. Insomma un nostalgico revival del grande impero romano in un clima politico che intravede ormai la grandezza imperiale dell’Inghilterra. 
Non ha, invece, un apparato iconografico significativo l’Orazio che alla fine del secolo confeziona nella sua officina tipografica di Parma il piemontese Giambattista Bodoni. Eppure quell’Orazio tutto italiano, che offre testi rivisti da colossi della filologia classica nazionale, sembra riassumere al più alto livello tipografico i valori e le qualità che la civiltà letteraria europea del XVIII secolo aveva inteso riconoscere al Poeta di Augusto, grazie all’armonia e all’eleganza dei caratteri, ancora oggi in uso nelle grandi performances tipografiche di editori immuni dalle tecniche digitali. La cifra ‘augustea’ della poesia oraziana trova la sua sanzione iconografica proprio nella limpida perfezione neoclassica del frontespizio bodoniano, omologata iconograficamente al frontone di un tempio, con la ‘Q’ abbreviata del prenome ‘Quintus’ che si insedia al vertice del titolo evertendo la sequenzialità verbale a favore dell’armonia architettonica delle parole che compongono il titolo. 
Un ultimo monumento, quello di Bodoni, alla grandezza del Poeta di Venosa, che si stampa in Italia (dove era cominciata, quattro secoli prima, la sua fortuna editoriale), in una tipografia in cui stava per fare irruzione la linotye. Si stampa, quell’Orazio, alla vigilia della rivoluzione romantica che, in nome di nuovi valori artistici e di una nuova sensibilità, coinvolse anche Orazio (declassato a servo di un dittatore, a ‘tiranno’ della libertà dei poeti) nella generale damnatio memoriae della classicità, che fu uno dei punti fermi del Romanticismo. Troppo forti, perché fosse apprezzata l’aurea mediocritas di Orazio, erano le passioni che, prepotenti, stavano ormai contagiando l’Europa dei nazionalismi, dei sovranismi e, ahimé, delle carneficine dell’Otto e del Novecento.

 Mi sembra che tu, o libro mio, odii lo scrigno del pudore,
ti lamenti di essere mostrato a pochi e lodi i luoghi pubblici.
Non ti avevo educato a questo fine. 
Vattene pure, prendi la discesa della tua smania. 
Ma una volta uscito, il tornare ti sarà precluso. 
E quando sarai fatto dalle mani del volgo tutto logoro e sgualcito, 
allora taciturno pascerai le tarme lente. 
Se invece al sole tiepido ti staranno intorno pochi ascoltatori, 
dirai loro che io, nato da un liberto, in terre più grandi del mio nido stesi le ali,
e quel che avrai tolto alla mia origine, aggiungerai ai miei meriti.

 

L'autore
: prof. Antonio Iurilli
Ordinario di Letteratura italiana presso il Dipartimento di Culture e Società dell’Università di Palermo
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