Polle combinaguai

(Tempo di lettura: 3 - 5 minuti)

Un fantasma si aggira per le scuole. É sinistro, subdolo, strisciante e impalpabile. C’è e non lo vedi; lo incontri e non ti accorgi di averlo davanti.

Non è il virus, non è il contagio e neanche quello che molti (con termine odioso e insopportabile, perché ricorda un dramma vero e storico, quello della Shoah) chiamano negazionismo.
Non è la didattica a distanza, quella integrata, quella capovolta, quella in presenza o quella a sorpresa.
Non sono i ragazzi che non rispettano le regole, non sono neanche quelli che le rispettano scrupolosamente.
Non sono i docenti che ridono e cantano anche nelle difficoltà come gli Scout: quelli a scuola li vedevi e li vedrai, erano pochi e sono pochi, ma ci sono e continueranno ad aggirarsi per i corridoi ostentando computer portatili, fasci di fogli, tablet connessi, ma soprattutto sicurezza, perché le regole ci eviteranno qualsiasi problema.
Non sono neanche i docenti che non ridono, ma erano e saranno preoccupati dalla presenza di contagi in tutte le scuole: quelli li vedevi e li vedrai, sono la maggioranza, camminavano e cammineranno guardandosi intorno, nervosi, in preda ad una tensione che non può far loro bene e che, in fondo, nuoce anche ai ragazzi.
Non sono le regole, quelle che dovrebbero salvarci, quelle che rendono le scuole il luogo più sicuro, quelle che prima non è necessario tenere la mascherina quando si è seduti nel banco (e che poi scopri che in una classe dove un ragazzo è risultato positivo i tamponi hanno dato lo stesso esito ai ragazzi che gli sedevano intorno, ma che c’entra, non avranno rispettato le regole quando si sono alzati…) e poi forse è meglio consigliare di indossarla sempre.
Non è nemmeno lo scherno con cui sono stati apostrofati quelli che certe cose le dicevano dall’inizio, che se metti qualche centinaio di persone in uno stesso stabile qualcosa, prima o poi, accadrà, che forse è meglio esplorare qualcuna delle idee che, sia pure con una certa confusione, venivano suggerite dalle linee guida pubblicate in bozza alla fine di giugno 2020 e poi confermate in seguito.
Non è neppure la fierezza con cui si respingono atti di rango superiore che decidono che forse è meglio per tutti almeno svuotare in parte le scuole, visto che, al livello in cui si è deciso in tal senso, non si ha il potere di fare di più.
Il fantasma è un sottile compiacimento nel poter decidere cosa è meglio per tutti, senza ascoltare nessuno, senza capire se esistono altri punti di vista, senza dubbi sul fatto che l’unica via da percorrere è quella scelta all’inizio, pretendendo che la realtà si pieghi all’ideologia, che il mondo non vada come va, ma debba andare come voglio io e se non lo fa è il mondo che sbaglia.
Gli altri, purtroppo, non capiscono quanto lavoro e quanta fatica ci sia dietro la gestione dell’emergenza, mica abbiamo la bacchetta magica, qui c’è gente che dorme due ore per notte, che sta sempre a scuola, che si danna per spiegare come comportarsi, quali certificazioni ottenere, quali autocertificazioni produrre, come fare lezione in sicurezza, come fare lezione a distanza, come camminare nei corridoi per andare da un’aula all’altra, come disinfettare (o sanificare, o lavare o come diavolo è giusto dire) le cattedre, come arieggiare le stanza, come vivere. Poi qualcosa va storto, ma mica è colpa della scuola! Noi abbiamo fatto tutto per bene, le carte sono a posto, il regolamento è inattaccabile, le leggi e le circolari e i decreti e la Costituzione intera sono stati tutti rispettati. É colpa di chi non segue le regole, di chi la sera va a fare una passeggiata, di chi va a fare la spesa, di chi, quando esce da scuola va a casa, dove, è risaputo, ci sono oltre il 70% dei contagi. Ma la scuola reagisce: faremo altre regole, altre norme, altri controlli e vi chiederemo di autocertificare se siete sani e se non lo siete, brutti untori!, che siate maledetti, perché la scuola è sicura e voi dichiarate il falso e ci portate il contagio.
Il fantasma è una serie di comportamenti che, però, sembrano suggerire che, in fondo, se qualcosa va storto è meglio, così la scuola può intervenire e farsi dire che è brava, che lavora per tutti, che dovete ringraziarla, perché senza quei piani e quelle regole ora eravate tutti contagiati.

La psichiatria ha dato un nome a questo comportamento: si chiama sindrome di Polle, o sindrome di Munchausen per procura, il raro (ma mica tanto) disturbo per cui qualcuno provoca un danno per poi occuparsi degli effetti e curarli. La patologia nasce dall’esigenza del paziente di attrarre l’attenzione su di sé, di essere oggetto di cura da parte degli altri e di “esistere”, agli occhi del proprio mondo relazionale, come "un eroe della malattia”, in questo caso della lotta al contagio.
Gli effetti di tutto questo? Devastanti, per chi ne soffre e per chi ne subisce le conseguenze, per gli adulti e per i ragazzi ai quali, per evitare di toglier loro la scuola “in presenza”, stiamo togliendo la serenità per avere la possibilità di imparare e per tentare di avere un futuro.
Qualcuno, tra una norma, un regolamento e un decreto, ci ha pensato?

Sommessamente.

L'autore
prof. Sabino Pastore
: prof. Sabino Pastore
Docente di Filosofia e Storia
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