Filosofia e sport nella Grecia classica, due facce della stessa medaglia

(Tempo di lettura: 3 - 6 minuti)

Nell’immaginario collettivo la filosofia e lo sport rappresentano due discipline distinte e separate, che viaggiano su binari opposti. Il filosofo è visto come un uomo “sedentario” alla ricerca di risposte alle sue domande, mentre lo sportivo è immaginato come un individuo “dinamico” in cerca solo della sua migliore condizione fisico-atletica.

In realtà non è così. Ne è convinto Simone Regazzoni, docente universitario di filosofia, che nel suo ultimo libro “La palestra di Platone” spiega come lo sport e la filosofia abbiano avuto molto in comune, soprattutto nella Grecia classica, dove hanno viaggiato a stretto contatto influenzando la civiltà di quel tempo.
È interessante capire in che modo, il professor Regazzoni, giunge a questa conclusione partendo proprio dagli aspetti socio-culturali della civiltà ellenica. 
Gli elleni (da Hellas, il nome dell’antica Grecia) coltivarono l’attività fisica tanto da renderla una dei pilastri della loro cultura. L’agonismo (da agon, competitività) permeò tutta la loro civiltà: furono i primi a dare alle competizioni sportive una regolamentazione, una dimensione istituzionale e la giusta sacralità; i giochi ellenici erano prestabiliti, calendarizzati e ben organizzati.
Gli agoni sportivi non erano aperti a tutti, ma potevano parteciparvi solo gli aristocratici. La partecipazione era riservata ai greci liberi che potevano vantare antenati greci e alle gare giungevano solo i migliori. Le competizioni in cui si affrontavano gli atleti erano la corsa veloce (lo stadion corrispondente a poco meno di 200 metri), il diaulos corrispondente al doppio stadion, la corsa di resistenza (il dolichos che variava dai 7 ai 24 stadion), il pentlathon (prevedeva cinque discipline in cui gli athletes dovevano misurarsi: la corsa, il salto in lungo, il lancio del giavellotto, il lancio del disco e la lotta), le gare ippiche, il pugilato, la lotta e il pancrazio (un combattimento misto di lotta e pugilato).
Esperti di lotta e di pancrazio furono anche i filosofi Socrate e Platone. Platone discendeva da una famiglia aristocratica. Il suo vero nome era Aristocle, ma fu il suo stesso maestro di ginnastica, un lottatore di Argo, Aristone, a soprannominarlo per le sue larghe spalle “Platone” (da platys, ampio). È certo che Platone abbia partecipato ad alcune gare panelleniche tanto da primeggiare nella disciplina della lotta. A circa vent’anni, conosce Socrate e, ammaliato dai suoi insegnamenti, diventa suo discepolo e gli resta fedele per tutta la vita. Platone dal suo maestro di vita apprende l’indagine filosofica basata sul dialogo e l’amore per il sapere.
Nel pensare allo Stato ideale, Platone si interessa della formazione dei giovani. Nelle “Leggi” sostiene che la loro educazione non può prescindere dall’attività motoria che deve iniziare sin da quando la madre, incinta, “allena” il feto tenendolo in costante movimento. Il movimento deve permeare tutto il periodo del bambino, dalla nascita fino ai tre anni, mentre, nei successivi tre, il bambino deve impegnarsi nel gioco. All'età di sei anni, per i ragazzi e le ragazze, può iniziare la stessa istruzione nella palestra (gymnasium) sotto la supervisione di funzionari eletti di almeno cinquant'anni di età.
Per Platone in palestra non si prepara il corpo solo in senso fisico, ma come una virtù morale che apparterrà un giorno ai futuri custodi dello Stato o ai re-filosofi.
La palestra, dunque, è il luogo adatto in cui i giovani ateniesi possono formarsi. La sua stessa “Accademia”, che si scoprirà esistere fuori dalle mura di Atene, non è nient’altro che una palestra, luogo di formazione atletica e intellettuale dei cittadini. Cicerone definirà l’Accademia di Platone “nobilissimum orbis terrarum gymnasium”, la più celebre palestra del mondo.
La filosofia nasce in palestra”: questa è la tesi di Regazzoni. È in questo luogo che ci si allenava, nella lotta in particolare, ma ci si formava contemporaneamente attraverso i dialoghi filosofici. I Greci amavano competere e combattere e l’agonismo penetrò in tutti i livelli della vita: politica, guerra, pratiche atletiche, filosofia.
Se qualcuno pensa che i dialoghi filosofici fossero scambi di idee o punti di vista in cui tutti i partecipanti si ponevano in rispettoso ascolto delle ragioni dell’altro, si sbaglia di grosso. Il dialogo è agon, una lotta verbale il cui vero intento è quello di sottomettere l’interlocutore mettendo in risalto la sua ignoranza. I greci dialogano come lottatori. Nel “Filebo” si trova una metafora di Socrate: “buttiamoci dunque come lottatori sopra questo discorso”.
Nell’Accademia la filosofia è contigua alla lotta: i corpi dei giovani passano dalla palaistra, dove praticano la lotta con i compagni, ai portici intorno dove dialogano. Non si tratta di separazione di pratiche e discorsi differenti, ma di contaminazione e di intreccio tra lotta e filosofia nella forma di un allenamento integrale del complesso corpo-mente. Sarà il poeta latino Giovenale secoli dopo con la famosa massima “mens sana in corpore sano” a marcare l’importanza della crescita contemporanea del corpo e dell’anima per il benessere completo dell’uomo.
Per Platone lo sport era democratico. Un tema etico così delicato, quindi, risale già a quel tempo come pure il problema dell’illecito sportivo che, essendo considerato un’offesa agli dei, prevedeva oltre alla squalifica un’ingente multa. Contrario alla partecipazione delle donne nello sport si mostrò Aristotele perché riteneva necessaria la presenza della saggezza, una qualità solo maschile, che permetterebbe a qualsiasi individuo di distinguere il bene dal male, in modo da essere un cittadino virtuoso, prudente e, quindi, anche a livello sportivo un individuo giusto e leale.
Gli organizzatori delle manifestazioni sportive allettavano il pubblico garantendo la presenza, alle competizioni, degli atleti più famosi; per loro le poleis erano disposte a pagare cifre enormi pur di assicurarsene la presenza. A queste spese economiche si aggiungevano quelle dei premi per i vincitori. Gli atleti gareggiavano per denaro e, dunque, non mancarono le polemiche da parte di molti intellettuali persino sullo spazio concesso agli sportivi nella vita pubblica. A tal proposito ci è giunta una critica ironica del poeta Senofane che, già un secolo prima di Platone, obiettava: “Se in città c’è un buon pugile, o un bravo lottatore, o uno veloce di gambe; se anche c’è qualcuno così forte da vincere nei Giochi di Olimpia, che vantaggio ne viene alla gente? Forse lo stato diventa più ricco?”.
Dunque, nella Grecia classica la filosofia non era ridotta a mero discorso teorico, ma era dinamica perché incarnata nello sportivo il quale, attraverso l’allenamento del corpo e della mente, diventava un cittadino migliore. Regazzoni si augura che la stessa cosa possa ripetersi oggi rimettendo in gioco il corpo in filosofia.

L'autore
: prof. Ruggiero Pietroleonardo
Docente di sostegno
Altro dallo stesso autore

Back to Top