Il Paradigma Mollica

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“Non voglio esser chiamato maestro, mi dà fastidio. Maestro di che cosa?” Con ritrosia Battiato accettava quel titolo così importante… maestro…

O meglio... lo rifiutava perché si è maestri quando si innova qualcosa e si diventa punti di riferimento per le generazioni future e lui pensava che il suo fortunato percorso artistico fosse stato voluto da qualcuno sopra di lui, qualcuno che lo aveva guidato e protetto. Ne era così certo da dichiararlo in un’intervista nel 2015.
E oggi che ci ha lasciato stride quel suo pensiero con i titoli di tutte le testate giornalistiche, con le lodi dei critici e di quanti hanno voluto ricordarlo anche sui social.
E sul senso di quel “maestro” si interroga il prof. Pastore, rispondendo all’articolo che 3:14pm ha dedicato a questo artista colto e raffinato, sempre fuori del coro.
Accogliamo e pubblichiamo.

Cara Giusy,
ho riflettuto molto prima di mettere mano a questa risposta al tuo articolo di sabato scorso, perché temevo potesse essere intesa come una confutazione delle tue tesi e contemporaneamente come un oltraggio alla memoria dello scomparso Franco Battiato.
In realtà non è né l’una, né l’altra cosa. La spinta me l’ha data un veloce scambio di battute con un collega che mi chiedeva se, secondo me, Battiato fosse un maestro e se Sgalambro fosse un filosofo; il tono era scherzoso e la mia risposta è stata “ni e ni”. Tra le altre cose il collega mi segnalava un libro del compianto Edmondo Berselli, Venerati maestri. Operetta immorale sugli intelligenti d’Italia (Mondadori, 2006), che ho provveduto a leggere in questi giorni e che, nelle prime pagine, recita: "Quando uno è un maestro, chapeau. Si è disposti a concedergli tutto, a passargli qualsiasi boiata”.

La domanda che provo ad affrontare in questo discorso, chiedendoti di ascoltarlo per poi dirmi se sei d’accordo, sarà la seguente: possibile che di alcuni personaggi è necessario tessere solo gli elogi? E, in subordine: come si fa a diventare uno di quei personaggi?

Premessa: il giudizio estetico è personale e non discuto della preferenza per un autore, un musicista, un interprete. Quello che mi interessa è il giudizio di assoluta eccellenza che vale per alcuni autori, qualsiasi cosa facciano, quello che da sempre definisco Paradigma Mollica. Hai presente Vincenzo Mollica? Ora dovrebbe essere in pensione, ma finché è stato in attività dalle sue labbra io non ho mai sentito una critica negativa rivolta, che so?, a Mina o a Celentano. Se doveva fare la recensione di un fumetto ci chiedeva sempre di genufletterci dinanzi ad una pietra miliare del genere; se ascoltava un nuovo LP (poi CD, al digitale non penso sia giunto…) era il classico disco di cui ci si rendeva conto che dopo averlo ascoltato ci sarebbe stato un prima e un dopo. Il Paradigma Mollica è applicato largamente nel nostro paese, soprattutto quando un autore muore. Nel 2015 è morto Pino Daniele ed è partita la celebrazione dell’arte e della poesia della buonanima; nessuno che abbia avuto il coraggio di dire che la sua vena poetica e musicale si era andata spegnendo dal momento in cui aveva smesso di cantare Napoli e la sua terra, si era trasferito e aveva iniziato a scrivere di altro. Dopo la morte di Troisi nella sua musica c’era solo tecnica, bellissima tecnica, ma sempre meno cuore e meno blues: te lo dice uno che ha comprato il vinile di Vai mò all’età di 11 anni e che non sapeva cosa rispondere a sua madre che non capiva perché non aveva scelto uno di quei cantanti che si vedevano in TV.

Battiato ha ricevuto lo stesso trattamento in vita e ancor più nei giorni successivi alla sua scomparsa. Nessuno che abbia avuto il coraggio di dire che Battiato ha avuto la fortuna di ottenere ciò che pochissimi riescono a raggiungere: la possibilità di vivere di rendita dedicandosi all’otium dell’artista grazie ad un solo disco. Parliamoci chiaro: La voce del padrone ha venduto molto e lo ha reso ricco e famoso, il suo atteggiamento di eterea distanza dal mondo ha fatto il resto. “Io dico, scrivo e canto delle cose che in pochi capiscono davvero; se non siete tra questi è colpa vostra. Siete voi che non siete riusciti ad uscire dalla platonica caverna e non aspettatevi che io, che ho contemplato il sole, torni a salvarvi col rischio che possiate intaccare la mia pura felicità”.

Andiamo per gradi: tu parli degli esordi negli anni ’70 e della “prima svolta sperimentale rappresentata dall’album di esordio del 1971, Fetus, quasi inclassificabile per le diverse sonorità prese in prestito e psichedelico nei contenuti, un album che scandalizzava già per la copertina”. Involontariamente mi stai dando ragione: Fetus (che, consentimi, è del 1972, gennaio) è un album inascoltabile, che aveva suoni presi in prestito (la definizione sarebbe altra, ma vabbè…) e una copertina che fece parlare e non importa come, basta che se ne parli. Pollution, uscito alla fine dello stesso anno, il 1972 (dicembre) era anche peggio (agevolo per chi vuol farsi del male: https://tinyurl.com/enbuxysu; basta guardare l’atteggiamento del pubblico, che sta pensando: non mi piace, è brutto, ma dev’essere intelligente e di avanguardia, forse mi conviene stare zitto e ascoltare…).

Ti invito a ricordare con me, anche se io avevo solo due anni e tu sicuramente non c’eri ancora.
Nel 1972 l’avanguardia era la sperimentazione psichedelica ed elettronica. Battiato metteva insieme quello che hai sentito, mentre i Pink Floyd si erano già liberati, tristemente, di Syd Barrett e avevano pubblicato Atom heart mother (1970) e Meddle (1971), dischi in cui dimostravano che la sperimentazione non doveva essere per forza cacofonica. Tra l’altro l’anno dopo avrebbero creato The dark side of the moon, che non ha bisogno di troppe spiegazioni. Gli Yes avevano pubblicato Close to the edge, disco fondamentale.
Altri mondi, mi dirai, allora andiamo in Italia. Nel 1972 usciva Alessandra dei Pooh: prova ad ascoltare Noi due nel mondo e nell’anima, non è solo una stupida canzonetta d’amore, in quel brano si sente suonare un Minimoog, un sintetizzatore appena inventato e già usato con una certa sapienza da un inaspettato Roby Facchinetti sperimentatore. L’anno prima i New Trolls avevano pubblicato Concerto Grosso, in cui provavano, con risultati a tratti struggenti, a mescolare le chitarre elettriche e la musica barocca, il violino, l’oboe e il distorsore (per chi vuole rifarsi l'orecchio: https://tinyurl.com/3zt53f3j). Il Banco del Mutuo Soccorso nel 1972 stampava Darwin! In questo caso la sperimentazione era nella voce quasi lirica di Francesco di Giacomo. L’anno dopo gli Area avrebbero fatto uscire Arbeit macht frei, che già dal titolo suonava impegnato, ma poi lo ascoltavi e suonava proprio bene, grazie al genio di Demetrio Stratos, che se n’è andato troppo presto, prima dell’invenzione del Paradigma Mollica.
Questi sono alcuni dei dischi che segnarono quell’epoca; come vedi il Maestro non c’è.

Ma certo, mi dirai, la forza di Battiato è nei testi. Non parliamo dei testi scritti per lui da Manlio Sgalambro o da Fleur Jaeggy, diciamo di quelli scritti da lui per La voce del padrone, quelli che tutti ricordano. Sono una compilation di citazioni prese in giro, come ricordi anche tu: il mr.Tambourine di Dylan, il Cuccuruccucu di Caetano Veloso, la stessa voce del padrone che è presa da uno scrittore, se non ricordo male, armeno di cui non ricordo il nome. Anche quelli successivi, Povera patria, schiacciata dagli abusi del potere / di gente infame che non sa cos'è il pudore!, non è che abbiano questa carica di novità che ti fa dire: diamine, non ci avevo pensato. Se mi consenti una facezia, sono testi ruffiani, buoni da scrivere su Facebook. Sono, diciamo così, analitici a priori: esprimono concetti che sono universali e necessari, ma non sono fecondi, non ti dicono nulla di nuovo rispetto a quello che sapevi già. Certo, l’uso delle parole è sapiente, se ripeti quei versi ti senti acculturato ed elevato, ma allora dovremmo considerare un Maestro anche un semidimenticato Sergio Caputo che ha scritto Sognavo anch'io, ma erano sogni dispersivi / Ossi di seppia, tundre, articoli sportivi, oppure Spicchio di luna ormai / Non navigo più da molto tempo / In quelle stesse acque tempestose dove tu / Mi trovasti tanto male in arnese / Da scappare via / No non voglio abbandonarmi ai ricordi, tuttavia. Invece l’ultima volta che l’ho visto in concerto era in una piazza secondaria del mio paese e suonava accompagnandosi con la chitarra e con le basi riprodotte da un iPad, porello…

L’ho fatta lunga, ma era solo per dirti che ho apprezzato l’esegesi del Maestro, ma che non condivido fino in fondo la stessa definizione di Maestro. Il mio, mi rendo conto, è un dubbio metodico che sta lentamente diventando, con l’età, amaro disincanto, per citare un altro “Maestro”.

Sommessamente.

L'autore
prof. Sabino Pastore
: prof. Sabino Pastore
Docente di Filosofia e Storia
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