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Anima indifesa sotto il peso dei giudizi

(Tempo di lettura: 2 - 4 minuti)

Hey tu, anima indifesa
Conti tutte le volte in cui ti sei arresa
Stesa al filo teso delle altre opinioni
Ti agiti nel vento
Di chi non ha emozioni.

La metafora dei versi della canzone TiKibombom di Levante, in questo momento, sembra calzare a pennello. Riflettori puntati sul giudizio crudele e indifferente delle persone, un giudizio riservato al genere umano da una società che sembra saper fare solo questo: criticare, rimarcando le differenze. E statene certi che prima o poi arriva quel momento che tutti sono chiamati ad affrontare. Si inizia a sentirsi diversi dagli altri, magari inadeguati, e si percepiscono gli occhi delle persone fissi addosso. Pungente, tagliente, pietrificante: incredibile il potere di uno sguardo inquisitorio. 

Per non parlare, poi, di quanto possano i commenti, parole vergognosamente strumentalizzate per dare apparentemente un giudizio che sia - per carità - nient’affatto fazioso. Anche se poi, le premesse lasciano poco spazio ai dubbi. In fin dei conti è risaputo, la valutazione provoca ansia, esattamente come quella scolastica. Pensateci un attimo: l’interrogatorio invece di un’interrogazione, ragazzi oppressi e sopraffatti piuttosto che esaminati. Tutto ciò emerge dal mormorio nei corridoi delle scuole, dal vocio crescente nelle piazze di città gremite di studenti, che si confrontano e non dimenticano di essere giudicati continuamente dai loro compagni, come dai professori. È esattamente dopo aver varcato la soglia della scuola, della propria classe che quegli sguardi inquisitori, quelle frasi che suonano più come sentenze sembrano farsi avanti, ogni singolo giorno.

Il discorso rischierebbe di espandersi oltremodo, e un concetto così potente potrebbe annebbiarsi: sia chiaro, si sta parlando di come una buona dose di autostima, motivazione, considerazione di se stessi venga polverizzata per colpa di un giudizio - un voto, una parola - dato troppo superficialmente da un “professionista dell’educazione”. Strano, considerando il fatto che la scuola sia il luogo in cui bisogna far fruttare talenti e non addestrare, promuovere le vocazioni e non tarpare le ali, potenziare la stima in sé e non penalizzare i più deboli. Strano, considerando che si osteggia continuamente un modello scolastico innovativo, a favore di una didattica ancora tradizionale: persistono pile di verifiche scritte, medie matematiche, voti di consiglio, considerati un obiettivo e non un semplice strumento.

La scuola di oggi non tramanda affatto i giusti valori. Ma anche questa volta la colpa è dei giovani, - per carità - i professori lo sottolineano continuamente: “Sono distratti, disinteressati, sempre con gli occhi fissi sui cellulari, è assurdo!”. Lo è altrettanto, finanche aberrante - sia detto per inciso -, vedere come insegnanti, gli stessi sempre pronti a giudicare e predicare la coerenza, si comportino in modo contraddittorio. Recriminano la malsana competizione, la rivalità per il voto più alto, e sono poi i primi ad inculcare nella mente degli allievi la “legge del più forte”, necessaria alla “lotta per la sopravvivenza” nella giungla dell’ipocrisia. Insegnano e pretendono garbo e cortesia, ma talvolta non dimostrano esibirli completamente. Spiegano regole grammaticali necessarie alla costruzione di frasi, ma non indicano come le parole debbano essere utilizzate, ed il potere ce possiedono, dunque l’etica della comunicazione resta nell’oblio.

Eppure in un’era in cui le parole sono fondamentali per rappresentare la realtà, dove tutto e tutti sono abbinati ad un cartellino, etichettati, non viene dato il giusto peso al linguaggio.

Le parole effettuano azioni, dovreste saperlo.

Anime indifese, gli studenti offesi, a volte umiliati, bollati da un voto scritto a penna sulla pelle più che su un registro, un numero, una sentenza che non riconosce il proprio valore.

Che venga concesso rimarcarlo, gli insegnanti non sempre sono in grado di guardali per come sono davvero, nemmeno di distinguere l’essere dal fare, né sembrano rendersi conto di quanto i loro innocui commenti sullo “scarso” o “non adeguato” rendimento possano influire sullo stato d’animo e sulla considerazione che i ragazzi hanno di se stessi.

La fiducia è una cosa seria. La fiducia nei sistemi, nella società, è difficile da costruire, a volte anche quella in se stessi, quella nelle proprie potenzialità, forgiata con pazienza e caparbietà.

Hey tu, anima in rivolta, ricorda allora che la chiave sta nel non esitare per colpa di giudizi superflui, nel non lasciarsi sfuggire una sola risorsa per poter poi scoprire cose che prima non credevi di essere.

L'autore

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