“In verità ce l’avevo con lei, con i suoi capricci di adulta che sacrificava un infante, col suo delirio di maternità che l’aveva illusa di conseguire un potere assoluto -guarda come creo, guardami: sono dio- e poi glielo aveva rivoltato contro.”
Queste è solo una delle tante affermazioni sconvolgenti e paradossali che punteggiano il romanzo di Mavie da Ponte: “La disobbediente” non è una lettura leggera, un libricino da sfogliare nel tempo libero, ma neppure un mattone insormontabile, un coacervo di frasi altisonanti e solenni. “La disobbediente”, come preannunciato dal titolo stesso, è un manifesto rivoluzionario sulla maternità, di cui l’autrice si impegna a sfatare ogni mito, in modo sicuramente originalissimo, ma che personalmente non ho condiviso nella sua estrema irriverenza.
Il lettore viene catapultato nella mente della protagonista, senza conoscerne neppure il nome o l’età, dove viva, chi sia, cosa faccia per lavorare: la narrazione inizia in medias res, quasi per caso, per svago, per uno scherzo della sorte.
Quello che fin dal primo momento si impone della protagonista è il suo rifiuto di diventare madre: la disobbedienza che campeggia sulla copertina è una dichiarazione di indipendenza nei confronti della società, ma soprattutto della natura, del corpo femminile che è nato predisposto per generare la vita pur contro ogni desiderio della sua detentitrice. La protagonista, Monda, è una donna complicata, dalla psicologia alquanto peculiare, quasi ossessiva, forse anche maligna; ha una famiglia complicata alle spalle, una vita sessuale disinibita e sregolata, e instaura una sorta di competizione “malata” con qualsiasi donna incroci sulla sua strada, una competizione che non risparmia neppure la figlia adolescente del suo provvisorio compagno o l’attempata assistente del dentista presso cui lavora in via temporanea. Sembra incapace di comprendere l’amore in sé, l’attrazione disgiunta dal sesso, l’affetto che ciascuno mostra per sé stesso. Si svaluta in relazioni adulterine, clandestine, tossiche, che la vedono sminuita e spesso usata; non riesce ad avere un rapporto normale con i suoi genitori: fa da mamma alla madre e segue occasionalmente di nascosto il padre assente; ogni volta che un uomo mostra di tenere a lei, si affretta a rivolgere altrove le sue attenzioni.
Ma è soprattutto sul tema della maternità che il libro mostra la sua indole controcorrente. La maternità è guardata con un misto di ribrezzo e bramosia: la protagonista ha fondato la sua più profonda identità sul rifiuto di avere figli, di accogliere un’altra vita in sé e di consegnarla al mondo, eppure tutta la sua attenzione è attirata da queste minuscole creature, dalla figlia dell’amica Anna, alla figlia della vicina, dal bambino non ancora nato di una mendicante che ha conosciuto ai figli dell’amante Ruggiero. La ripugna l’idea della gravidanza e al contempo la affascina: Monda sembra schiava proprio di quella natura verso cui vorrebbe essere disobbediente; si sente vuota, nonostante gli uomini, nonostante tutto il cibo che ingoia, in preda alla bulimia, si preoccupa dei bambini, dei figli di altri, ma allo stesso tempo sembra quasi compatirli per la loro venuta al mondo.
Giudica figliare un atto di presunzione degli esseri umani, una pulsione animale e al contempo il coronamento del desiderio di onnipotenza, divenire divinità nell’azione generatrice di vita, lo reputa un atto di obbedienza, di sottomissione ed al contempo la più egoistica delle brame; ricorda il padre che l’ha voluta e poi abbandonata, rifiutata perchè “volere non significa voler conservare”, la madre che non ha desiderato “un figlio ma solo un bambino”. Credo che proprio questa concezione sia quella che meno condivido: nella mente della protagonista, per gran parte del romanzo, escluso forse il finale sibillino, i figli sono inquadrati negativamente, la maternità sembra una bestemmia, un reato, un assassinio, un calice di vino avvelenato, un sogno che si tramuta in un incubo senza possibilità di tornare indietro.
Sono pienamente d’accordo nel concepire il diventare madre una decisione tra le più personali e importanti per ogni donna: non vi sono religioni, leggi, opinioni comuni che contino, non vi si è tenute né obbligate, non si può assecondare partner, genitori, fosse anche l’intera società.
Diventare madre deve essere una scelta, abortire deve essere una scelta, adoperare metodi contraccettivi deve essere una scelta, dare in adozione il bambino deve essere una scelta.
Non ci sono Ma che tengano!
Comprendo anche l’ampio riferimento alla depressione post-partum, sicuramente non derubricabile a un semplice capriccio delle puerpere. Ciò che invece quasi mi sento di disapprovare è l’alone profondamente negativo che avvolge la gravidanza, la nascita, i figli: mettere al mondo un altro essere umano non è semplice nemmeno nelle condizioni ottimali.
Ogni singola situazione narrata nel romanzo è ravvisabile nella realtà: donne abbandonate dai compagni con i figli piccoli, coppie lesbiche che per divenire madri devono cambiare paese e nazionalità, mariti e mogli che attendono anni e anni spesso invano, ragazze costrette ad abortire per la giovane età o per le convenzioni sociali, forzate ad abbandonare il bambino, ridotte dalla vita a partorire sul ciglio della strada nella più completa miseria, mamme a cui il lavoro impone di lasciare i loro figli in un’altra città o in un’altra nazione. Eppure, come si può svuotare di qualsiasi significato il rituale con cui tutti noi veniamo al mondo, come si può guardarlo in un’ottica così meschina e grottesca, come si può spogliarlo di tutta la magia e l’affetto che nascono dalla consapevolezza di essere così indissolubilmente legati a qualcun altro al punto da offrirgli il proprio corpo come primo rifugio?
Nonostante sia stata una lettura interessante, non credo di essere riuscita ad apprezzare a pieno la potenza con cui Mavie da Ponte si accinge minuziosamente a rompere tutti gli schemi, tutte le leggi della società in cui viviamo.
Elena Carbutti 5B




