“La serietà fa ridere e il riso è una cosa seria”.
Così esordisce Il Club del Comico, lo spettacolo messo in scena dagli alunni del nostro liceo
mercoledì 4 marzo presso il salone della parrocchia “Sacro Cuore di Gesù”, per commemorare il
nono anniversario della morte del professor Michele Palumbo.
L’argomento principe della rappresentazione di quest’anno è il riso…. Una scelta audace e d’impatto: mentre il mondo cade a pezzi, tra invasioni, bombardamenti, minacce e battaglie, dominato da angosce ed incertezze per il futuro, si filosofeggia non sulle lacrime, le disgrazie, il dolore, il lutto, la guerra, bensì sulla risata, notoriamente percepita come espressione fuggevole di uno stato d’animo superficiale, una facezia, una quotidianità di poco conto.
Ebbene, il testo, magistralmente scritto dal professor Palumbo, capovolge questa visione della realtà: richiamando le opinioni di filosofi, antichi e moderni, chiamando in causa l’irregolare e il comico, viene mostrata al pubblico l’essenza della risata in tutta la sua rivoluzionaria potenzialità.
Nel divertente esordio punteggiato dal Socrate che “sa di non sapere”, prendono la parola Aristotele e Platone: il secondo come sostenitore della risata come artefice di volgarità e vergogna, malsano sconvolgimento spirituale, il primo ben più favorevole al riso, sottolineato come atto proprio unicamente del genere umano.
A questo primo assaggio di sapere filosofico, fa seguito il suggestivo racconto della creazione
proposto da Salomon Reinach: “Il mondo nacque con il riso di Dio”, questo ne può essere il più
calzante riassunto. Ad un pessimismo generalizzato, che sostiene l’equazione vita=sofferenza,
diffusa tra storici di tutte le epoche, si oppone la consolatoria idea di generazione come culmine,
acme della gioia divina, frutto del divertimento di una divinità “improvvisamente resasi conto dell’assurdità della sua esistenza”: un’entità che non comprende anch’ella le regioni per cui è lì, per cui crea la vita, l’universo, l’anima, e davanti all’insormontabile mistero anziché crucciarsi ride e dalla risata genera.
Poi intervengono Georges Minois, per cui “il riso è una virtù che Dio ha dato agli uomini per compensare la loro intelligenza”, e Liborio Termine, che vede il riso come “la negazione di ogni
sistema”, e dalle loro parole emerge l’idea del Comico e dei suoi assi portanti, l’Irregolare e l’Indifferenza, concetti esplicati da Groucho Marx e messi in scena da una colorata coreografia.
Si susseguono poi Bergson, Freud, Pirandello, ognuno con un’idea diversa, ognuno ugualmente
convincente e ognuno ugualmente valido, come mette in luce la conclusione: il riso è frusta sociale, il riso è recupero del piacere, il riso è lanterna che illumina le assurdità.
Il riso è in ogni cosa, in ogni circostanza, e ridere è la capacità di guardare alle situazioni con
distacco cogliendone gli aspetti più strani, inconsueti, buffi, anarchici, senza farsi frenare da
preconcetti, legami affettivi, dettami o regolamenti.
Il riso è l’abilità di osservare criticamente la realtà e non farsi schiacciare dalle avversità, è la più
splendida forma di resilienza e di libertà con cui l’uomo sia stato benedetto.
Quest’anno, più che uno spettacolo, il pubblico è stato chiamato ad assistere ad una mirabile
riflessione introspettiva circa la natura di una delle più genuine manifestazioni dell’essere umano, una riflessione che ha spiccato sul finale, per la lungimiranza del suo autore, capace di scrivere, vent’anni fa, un testo che nessuno, oggi, potrebbe non definire attuale: “Il mondo, infatti, è nelle mani delle persone serie. I risultati si vedono”.
Tra giochi di luce, momenti pregnanti sottolineati da brillanti esecuzioni al violino e al pianoforte, simpatiche coreografie su motivetti orecchiabili, si è superato l’ostacolo di “rendere fruibile un pensiero astratto”, per usare le parole della professoressa Orciuolo, coordinatrice del progetto insieme alle professoresse Leone, Livrieri e Fiorella.
Una rappresentazione complessa, dai molteplici significati e interpretazioni, capace di rimanere
impressa.




