L’attualità del Don Chisciotte

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“La fantasia è come la marmellata, bisogna che sia spalmata su una solida fetta di pane.” Questa frase di Italo Calvino ben riassume in sé il pericolo costante, proprio della stessa mente umana, di lasciarsi trascinare nei propri meandri, rischiando di far perdere contatto con il mondo circostante. Innumerevoli le storie esemplari tramandate a questo proposito nei secoli passati, raggiungendo l’apoteosi nel noto romanzo di Miguel de Cervantes, L’ingegnoso gentiluomo Don Chisciotte della Mancia, che riporta, tra ironia e scenette farsesche, il solenne monito di ciò che accade se si lascia la propria immaginazione a briglia totalmente sciolta, permettendo che questa supplisca alla realtà e finendo così per divenire dei “folli”. 
Nonostante l’ampia distanza temporale, il racconto di questo attempato signorotto, che nel leggere romanzi cavallereschi perde la propria identità e la consapevolezza della realtà, è straordinariamente attuale, almeno nel suo nucleo di significato. 
In epoca coeva, anzi, con l’avvento di Internet e dei social media, senza dimenticare neanche i devastanti effetti della pandemia sulle menti, il senso di estraniamento dalla realtà si è acuito: ognuno si è rinchiuso nella propria interiorità, fuggendo da un mondo percepito come ostile e impietoso, dove si è in perenne balia di una sorte beffarda e imprevedibile. 
Si sono così sviluppati fenomeni come il “maladaptive daydreaming”, patologia recentemente diagnosticata, sebbene non ancora pienamente riconosciuta tra le malattie mentali: si tratta di una condizione psichica, provocata da cause ignote (forse un evento traumatico che esaspera una già fervida capacità immaginifica), per cui il soggetto parrebbe vivere costantemente in un sogno ad occhi aperti, estremamente particolareggiato e complesso, con l’assortimento completo di comprimari (trasfigurati dal reale o totalmente fittizi), dialoghi, azioni, avvenimenti e ovviamente un ruolo centrale e di primo piano per sé stessi. Il “sognatore” sembra quasi prendersi così la sua rivincita su una vita, quella vera, che non sente più come propria e che si limita a condurre inserendo una sorta di “pilota automatico” e traendovi gli spunti lungo la cui falsariga far procedere la “trama”. 
Non bisogna poi dimenticare il dramma, ben più noto, della dipendenza da Internet e dell’abuso di videogames, motivo ricorrente in film e serie Tv sui ragazzi, quasi che la reclusione in stanze ermeticamente chiuse alla luce solare, con enormi cuffie sulle orecchie, vestiti neri e la penombra rischiarata solo dalla luce violenta di un monitor fosse una normale fase adolescenziale. Spesso, invece, la situazione è ben più preoccupante di quanto non appaia ad uno sguardo distratto e quella che sembra semplicemente una passione sfuggita di mano diviene una tenaglia stretta intorno alla psiche, che guarda allo schermo come all’unica finestra sul mondo e diviene un tutt’uno con il suo avatar. 
Allo stesso modo, si può subire l’influenza di programmi televisivi, social, romanzi. Personalmente, io sono un’accanita lettrice, mossa soprattutto dalla volontà di alleviare stress e tensioni con un’evasione in realtà fantastiche, e capita che me ne lasci assorbire per ore… Non lo percepisco tuttavia negativamente: l’appassionarsi alla fantasia, alla sua capacità di risollevare mondi e di allietare popoli, di costruire torri e demolire muri, è uno degli aspetti più sensazionali dell’essere umano, della sua delicata psiche. 
Arturo Graf disse: “La più grande amica e la più grande nemica dell’uomo è la fantasia.” E Mario A. Rigoni aggiunse:Nel reale si rischia di soffocare, nell’irreale di perdersi.” 

Insomma, bisognerebbe pensare alla fantasia come all’ossigeno: è, sì, indispensabile per respirare e dunque per vivere, ma se i nostri polmoni ricevessero solo quello per tempi prolungati, questo suo eccesso ci sarebbe ben più velocemente e gravemente letale della sua scarsezza.

Elena Carbutti 4B

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